GATTA, TOPINA E BUON ANNO
Stracchi come gelati in giugno, Massimo, Gigi e Fede trascinavano gli zaini
sulle spalle ingobbite. Rassegnati. La testa tutta presa da quello che sarebbe
successo dopo, al momento dolce della libertà, finita la visita didattica al
Museo Egizio. La quinta nella loro carriera scolastica.
- McDonald's a un isolato. Ce li avete i soldi, ragazzi?
- Trentamila in saccoccia, in biglietti da mille, regali di parenti vari. Con
la storia dell'euro sto tirando su un sacco di moneta. Tutti mi sbolognano gli
spiccioli, sono diventati generosi all'improvviso.
- Io arrivo a cento liscio liscio. Mia mamma si è pentita di fare la cresta
sulla spesa e mi ha infilato in tasca un rotolino di diecimila. Credo che abbia
una crisi di onestà natalizia.
- Meglio, io tra regali e pizze sono sceso a quota cinquemila. Conto su di voi.
Fecero la fila ordinata per mollare zaini e piumini al guardaroba, ricevettero
il biglietto dalle mani della professoressa, crearono un vortice di schiamazzi
attorno all'usciere punzonatore, nella sala d'ingresso si incollarono alla teca
della prima mummia, nuda biotta e rannicchiata sulla sabbia come un neonato
in culla.
Naturalmente tutti a commentare gli attributi mummificati. Delle professoresse
una ridacchiava, l'altra faceva finta di non capire. Il professore di ginnastica
si era già imboscato dietro a un mostruoso faraone di granito rosso a fare cip
e ciop con la supplente di diritto. Massimo provò svogliatamente a baccagliare
una squinzietta di seconda con i capelli zozzi e il pancino all'aria malgrado
il gelo, ma lei continuava a stridere con le amiche senza manco rispondergli.
Dopo poco nelle gallerie popolate da testoni e gamboni e piedoni, sfingi e massi
incomprensibili di pietra c'era un casino totale. Tre classi per un totale di
settanta ragazzi tra i quindici e i sedici anni, controllate da quattro professori
di cui due fuori uso, erano troppo persino per la faccia di cane di Anubi. I
custodi, occupatissimi a leggere il giornale, fingevano di non vedere e non
sentire.
Salirono al piano di sopra. Più interessante, a dire il vero. Sarcofagi e papiri
e mummie bendate e sbendate, gioielli che facevano squittire le professoresse,
pagnotte tarlate e datteri impietriti che strappavano cori di 'che schifo!'
alle ragazze. Nessuno spiegava niente e comunque nessuno sarebbe stato a sentire.
Bisogna dire che a un certo punto la Vallino di italiano si mise davanti a un
chilometro di papiro e intonò 'il libro dei morti, ragazzi, l'unico completo
in tutto il mondo' ma quando si voltò si accorse di essere sola e scappò via
in cerca dei gabinetti.
- Venite a vedere - disse Fede. - Guardate qua.
Gigi e Massimo si avvicinarono. In una teca tre sarcofagi di legno pitturato,
aperti, contenevano tre mummie di cui una aveva la faccia scoperta.
- Sono tre sorelle, Gatta, Topina e Buon Anno. Morte giovani e imbalsamate.
Quella lì sembra carina. Dev'essere Topina. Chissà perché sono morte tutte e
tre?
- Di noia, non c'eravamo noi a farle divertire.
Massimo rise forte, contentissimo della battuta. Gigi stava schiacciato contro
il vetro, tanto che la supplente di diritto venne a battergli sulla spalla.
Quando si staccò rimase il segno del naso e delle mani unte. Girellarono ancora
annoiati, si infilarono in una stanzina piena di letti parrucche stoffe marroncine
impilate sgabelli e scatole da trucco, fecero corsette lungo corridoi pieni
di gatti e coccodrilli impagliati, fecero pipì e fumarono uno spinello nei cessi.
All'una studenti e professori si ritrovarono nell'androne, davanti alla biglietteria.
Quello di ginnastica, rosso in faccia e con lo sguardo sognante, fece la conta.
La prima volta gliene mancavano cinque, la seconda ce n'era uno di troppo. Ci
provò la Vallino. Due di meno. Alla supplente di diritto il miracolo riuscì.
Settanta tutti interi, a ogni nome dell'elenco un bel 'presente' sonoro e una
spuntatura.
- Liberi tutti - gridò Educazione Fisica. Prese la supplente sottobraccio e
corse via, forse aveva paura che l'erezione non gli reggesse ancora per molto.
Italiano e Chimica fecero ciao con la manina, raccomandarono 'domani puntuali
che ne parliamo', i ragazzi si precipitarono in massa al McDonald's, tranne
le tre islamiche di terza G e Fiorenzo di seconda H che era macrobiotico.
Il marocchino fornito da Gigi doveva essere una bomba, perché i tre ripresero
coscienza in un letto di mocci vileda circondato da secchi di plastica azzurra
dalle sfumature psichedeliche.
- Ragazzi, che viaggio.
- Ho una fame che mi mangerei sette Big Mac e due quattro stagioni rinforzate.
- Forza, ormai è libera uscita.
I tre Swatch segnavano mezzogiorno.
- Ahimè, ci manca un'ora.
- Andiamo a farci vedere dalla Vallino che non sono ancora stato interrogato.
I gabinetti erano in fondo al corridoio degli animali. Se lo ricordavano benissimo,
un lato tutto bacheche di bestie bendate l'altro intervallato da finestroni
e cartelli con piantine del Nilo, freccette e cerchiolini che certamente indicavano
robe importanti. Ma adesso c'era qualcosa di strano. Il corridoio si stendeva
lunghissimo, vuoto, un po' sghembo, illuminato solo da una fila di neon al soffitto
che si riflettevano sul pavimento di piastrelle bianche e nere. Neanche una
finestra né una porta nelle interminabili pareti grigiastre. Non si riusciva
a vedere dove finiva.
- Abbiamo sbagliato uscita - disse Massimo.
Si volse per aprire la porta da cui erano appena sbucati. Ma la porta (che c'era,
testimoni tutti e tre) si era ridotta a una fessura sottilissima, senza maniglia
né serratura. Mentre la tastavano cercando di forzarla con le unghie la fessura
sparì, risucchiata dal muro liscio.
- Che cosa ci hai dato da fumare? Sicuro che fosse proprio semplice marocchino?
Gigi sporse il labbro inferiore e alzò le sopracciglia.
- L'ho comprato dal mio amico Ahmed che non mi ha mai tirato bidoni.
- Be', dai, andiamo. Se si accorgono che siamo spariti rischiamo che fanno un
casino.
Si incamminarono. Fede calpestava solo le piastrelle bianche, Gigi quelle nere,
saltellando come gamberi ubriachi. Massimo scelse un'andatura sobria, un rigoroso
zigzag da una parete all'altra, una volta sul nero, l'altra sul bianco, ma dovette
smettere presto perché gli altri lo avevano lasciato indietro. Man mano che
procedevano la luce si faceva più fioca. Qualche tubo ronzava, si spegneva e
si riaccendeva pallidamente. Da un certo punto in poi c'era solo oscurità.
- Torniamo indietro?
Ma alle loro spalle i neon si spegnevano a uno a uno. Rimasero al buio. Gigi
tirò fuori l'accendino. Prima di scottarsi le dita illuminò per poco lo spazio
circostante. Le pareti sembravano più vicine, il soffitto più basso, come se
l'effetto ottico della prospettiva non fosse affatto un effetto ottico, ma una
concreta realtà.
- Andiamo avanti?
Proseguirono tenendo una mano sul muro, Gigi a destra, Massimo a sinistra, Fede
aggrappato ai loro maglioni. Presto si ritrovarono a inciamparsi l'uno nell'altro.
Il corridoio si restringeva sempre di più. Avevano l'impressione di camminare
da ore, ma la fiamma dell'accendino rivelò che gli Swatch segnavano sempre mezzogiorno.
- Che storia, ragazzi! Quando la racconteremo!
La voce di Fede voleva essere allegra, ma risuonò come il lamento di un bambino
piccolo, come quando chiamava la mamma perché aveva paura di restare solo nel
suo lettino.
Camminarono ancora. In silenzio perché c'erano echi in agguato, soffi e sussurri
che rispondevano alle loro parole. Erano stanchi ma a fermarsi non ci pensava
nessuno.
Venne il momento in cui furono costretti a proseguire in fila indiana, strusciando
con le spalle le pareti, con il capo chino per non sbattere nel soffitto. Finirono
per mettersi carponi, Gigi davanti, Massimo in mezzo e Fede per ultimo, terrorizzato
dalla massa di buio che lo premeva da dietro, con l'impressione, ogni momento,
di essere afferrato alle spalle. Mancava il fiato, c'era un odore freddo e soffocante,
aria stantia e polvere arida.
Di colpo Gigi si fermò.
- Guardate! C'è una luce là in fondo!
Aumentarono l'andatura. Le ginocchia dolevano, le mani pure, ma presto poterono
rialzarsi e poi raddrizzare la schiena. Si vedeva un debole chiarore, una cornice
di luce come di una porta chiusa su un luogo illuminato. Avvicinandosi cominciarono
a sentire anche un rumore soffice, risatine e voci sommesse, tintinnio di vetri
e fruscio di stoffe. Un alito di aria fresca carezzò i loro volti. Respirarono
a bocca aperta, ridendo, dandosi pacche di sollievo.
La porta era chiusa, senza maniglia. Bussarono e gridarono finché qualcuno la
spinse dall'interno. La luce li colpì senza abbagliarli. Videro una grande stanza
rischiarata da decine di torce a fiamma viva. Le pareti non si scorgevano, grumi
di buio circondavano l'isola di luce in cui scintillava una tavola apparecchiata
di piatti pieni di selvaggina, frutta, pesci, piramidi di pane, tra orci e coppe
e fiori di loto. Ombre vestite di bianco si muovevano tutt'attorno, ondeggiando
timidamente e sussurrando tra di loro.
- Forte! - disse Fede. - Dove siamo capitati? C'era una festa e non lo sapevamo?
Gigi gli strinse un braccio, accennando a un gruppo vicino alla tavola. Tre
ragazze, brune, snellissime ma con il petto tondo, appena coperte da tunichette
pieghettate, li guardavano piene di sorrisi, agitando le mani per chiamarli.
- Miiii… Queste vogliono proprio noi.
- Topina - gli scoppiò nella testa.
- Buon Anno - risuonò nel cervello di Massimo.
- Gatta - un caldo fruscio che saliva dal cuore, penetrava nelle vene, rimbalzava
dalla gola alla punta delle dita frastornò Fede.
- Mannaggia, ragazzi, è una cuccagna. Si mangia?
Si mangiava, si beveva una birra dolce e spessa, si ricevevano baci delicatissimi
nella bocca, si toccavano piccoli seni duri, cosce ferme, natiche sode da atlete.
Come per miracolo le altre ombre erano sparite nell'ombra, c'erano solo le tre
piccole sporcaccione ansiose di liberarsi dei veli per mettere in mostra i sessi
neri e stretti, umidi, i capezzoli come prugnette acerbe, le gambe slanciate.
Per un po' i ragazzi esitarono tra la fame che li spingeva a divorare petti
d'anatra e la voglia di stringere quei frutti d'amore, poi cedettero alle dita
carezzevoli e alle labbra sottili.
- Si scopa! Ognuno per sé!
Nessuna delle sudate e ansiose esperienze fatte fino a allora li aveva preparati
a quello che successe sulle stuoie distese nei provvidenziali angoli della sala
senza confini. Erano angoli ma anche spazi infiniti, dove la luce dolce delle
torce permetteva giusto di vedere quello che era bello vedere, i dentini bianchi
tra le labbra socchiuse, la morbida voragine che li inghiottiva e li stringeva
e li risputava e li avvolgeva in un su e giù smemorato, le tettine elastiche
che non rifiutavano né morsi né baci, le lingue pronte a dare sollievo quando,
stanchi per essere venuti troppe volte, rischiavano di addormentarsi sbavando
sul collo delle loro freschissime compagne. E c'era sempre una manciata di chicchi
di melograno, un bicchiere di vino, un'ala di folaga a ristorarli. Profumi delicati
e intossicanti. Altro che il solito spinello! Questo era uno sballo vero, un'esperienza
totale.
Si sentivano vulcani in eruzione, trasformati in una palla di fuoco paradisiaco
proprio lì, in mezzo alle gambe. A poco a poco tutti le altre parti del corpo
sparirono ingoiate dalla marea di piacere. Sputavano ossa e noccioli insieme
alla saliva zuccherata, scuotevano la testa per liberarsi dalle linguette che
gli titillavano le orecchie, annaspavano come stessero annegando. Si scopava
e si riscopava, più niente da dire, tacevano le grida e le battute. Zitto, zitto,
risuonava nella testa dei ragazzi ogni volta che parole sceme cercavano di uscirgli
dalla bocca.
Il primo a cedere fu Gigi.
- Basta! Non ce la faccio più. Riposiamoci un attimo, ti prego.
Topina si tirò indietro i capelli intrecciati. Aveva uno sguardo scontento.
- Tutto qui? Sei malato?
- Figurati, gioco a baseball e corro tutti i giorni. Sono stanco.
Fede, nel suo angolo umido di umori corporei, lanciò un grido.
- Se non smetto muoio! Gigi, Massimo, siete ancora vivi?
Gatta lo guardò gelida.
- Io sono mezzo morto - sibilò Massimo. - Ce ne andiamo, ragazzi?
Buon Anno gli si sedette addosso premendogli il sesso sullo sterno.
- Straccio sporco. Mi aspettavo di meglio.
La luce rossastra delle torce s'intorbidava di aria scura, ondate di buio si
espandevano come olio versato. Quello che era sembrato bello fino a un momento
prima divenne minaccioso. I denti scintillanti erano zanne, le manine carezzevoli
artigli rasposi, gli acini d'uva soffocavano in gola, gli aromi si corruppero
in puzze orribili. La pelle liscia delle ragazze si sfaldava, lasciava tracce
di bava violacea sul ventre e sulle cosce degli amanti.
- Credete che sia bello starsene sotto vetro a farsi guardare da qualsiasi cretino
che paga il biglietto? Credete che ci piacciano le battute oscene? I commenti
idioti?
- Noi, noi… Non sapevamo, non volevamo…
- Maiali. Vi credete dei torelli, ma siete solo maialini da latte.
Gli infilarono in bocca bucce marce, li innaffiarono di acqua putrida, gli strofinarono
sul naso i seni spalmati di unguenti urticanti e i sessi viscidi d'amore. Buon
Anno saltava a piedi uniti sui testicoli di Fede, Topina graffiò il petto di
Massimo fino a farlo sanguinare. Gatta, vezzosa, danzò una danza lasciva su
Gigi e infine gli orinò in faccia. I tre, incapaci di reagire, si sentivano
legati da mille bende e rigidi in tutto il corpo. Mummificati.
Nella galleria del primo piano, buia e tranquilla, la teca sporca di ditate
unte dove Gatta, Topina e Buon Anno riposavano nei loro sarcofagi era una tra
le tante. Un visitatore molto attento, o un guardiano che avesse avuto voglia
di sollevare lo sguardo dal giornale, forse si sarebbe accorto che la faccia
di Topina, l'unica sbendata, era un po' diversa dal solito. Più fresca, in un
certo senso, con i capelli più corti, magari appena sbalordita. Ma in giro non
c'era nessuno. Il giorno dopo, quando furono spalancate le tende e frotte di
ragazzini e turisti svogliati cominciarono a peregrinare tra scarabei e statue,
la differenza non si vedeva più. Mummie, datteri e papiri erano esattamente
come ognuno se li aspettava.
- Guarda queste, - disse uno studente secchione, munito di quaderno e penna
per prendere appunti, a una compagna innamorata di lui - che roba. Tre sorelle
mummificate. Chissà perché sono morte tutte e tre?
E nel gelo di dicembre tre ragazzette snelle, brune e allegre, se ne andavano
per le vie della città. Portavano pantaloni troppo larghi e troppo lunghi, giubbotti
enormi, scarponi esagerati. Insomma elegantissime nel loro genere hip hop. I
loro occhi di datteri canditi luccicavano per la gioia, riflettendo le luci
degli alberi di Natale che ornavano i negozi. Fecero un girotondo con un Babbo
Natale spelacchiato, arraffarono manciate di caramelle e scapparono via ridendo.
Nella galleria del Romano ammirarono i manifesti del cinema. Schiacciarono il
naso contro una vetrina di biancheria intima, fecero girare la testa a un signore
in loden che telefonava affannoso vorticandogli intorno e agitando le linguette
appuntite. Sotto i portici di Piazza Castello si fermarono a guardare la folla
di ragazzi ammassati davanti al McDonald's.
- Ehi, - disse Gatta frugandosi nelle tasche del giubbotto - qui c'è un sacco
di soldi. Big Mac, Doppio Cheeseburger, MacChicken per tutte! E dopo ce ne resta
per andare a vedere Harry Potter.
Si infilarono nella puzza di patatine fritte e nelle bollicine di cocacola.
Lo schiamazzo adolescente le inghiottì. Fuori, su Palazzo Madama, su Palazzo
Carignano, sui monumenti di bronzo e di marmo, sul Museo Egizio, cominciò a
nevicare. Presto tutto fu bianco e silenzioso, lo scenario perfetto per un Natale
di pace e serenità.
Nota dell'autrice. Mi scuso con Gatta, Topina e Buon Anno per averle usate in questo racconto. Sono tre bravissime ragazze, tre mummie esemplari, sempre tranquille e composte nella loro teca al Museo Egizio di Torino. Mai si sognerebbero di andare in giro a combinare guai. Di quello che si racconta qui mi prendo tutta la responsabilità.