IL GIARDINO MUSICALE

Molti secoli fa regnava in Cina un potentissimo imperatore, colto e curioso, appassionato di tutte le scienze e le arti, tra le quali prediligeva la musica e la magia. Viveva alla sua corte, dove godeva di immenso prestigio e potere, un sapientissimo mago persiano, giunto in Cina molti anni prima come semplice pellegrino ed entrato al servizio dell'imperatore quando si era diffusa la fama dei suoi prodigi. Questo mago lavorava a un progetto segreto, un prodigio di straordinaria difficoltà e complessità che intendeva presentare all'imperatore nel giorno del suo trentesimo compleanno.

     Giunse   il fausto giorno e dall'alba al tramonto l'imperatore, seduto sul trono di porcellana azzurra e dorata, ricevette graziosamente i doni che il popolo e i cortigiani gli portavano in una processione continua, ammucchiando ai suoi piedi gioielli preziosi e vasi sottili come petali di rosa, sete ricamate da mani diafane di donne morte da secoli, cinture d'oro su cui erano rappresentate storie di eroi e di antiche guerre; i cortili del palazzo erano pieni di animali fantastici e sconosciuti, gazzelle con due teste, elefanti che sapevano usare la proboscide per tirar l'arco, fulvi leoni venuti da terre remote e persino una gazza che conosceva quattordici lingue e aveva fatto da interprete per un intero esercito in una campagna di guerra durata sei anni. I donatori giungevano da ogni angolo dello sterminato impero, e i loro racconti non erano meno strabilianti dei doni. Ma l'imperatore era impaziente, i suoi occhi inquieti si posavano distrattamente sulle meraviglie che gli venivano presentate, perché sapeva che subito dopo il tramonto il mago persiano gli avrebbe finalmente mostrato il dono a cui lavorava da tanti anni.

     Finalmente il sole sparì dietro ai tetti coperti di tegole dorate; tutti i visitatori furono allontanati dalla presenza del sovrano, e il mago lo pregò di volerlo seguire per prendere possesso del suo dono, che non poteva essere trasportato. L'imperatore, seguito dai più illustri della corte, attraversò sale e cortili finché giunse in una parte remota del palazzo, dove non era mai stato prima. Qui un altissimo muro di lucente porcellana azzurro cupo delimitava un giardino interno, al quale si ac­cedeva da una porta di legno scarlatto sormontata da una   scritta in caratteri che nessuno della corte, neanche i più famosi sapienti, conosceva.

     Solo il mago e l'imperatore varcarono la porta color sangue vivo; quando furono nel giardino, l'imperatore vide migliaia di cespugli di ogni forma e dimensione, ognuno fiorito di fiori sconosciuti e conosciuti, di ogni forma e sfumatura dell'iride. Non vi erano uccelli né insetti nel giardino immerso nelle prime ombre della sera; ma quando il mago alzò lentamente una mano e pronunciò alcune parole incomprensibili, da ogni cespuglio, anzi da ogni foglia e da ogni fiore, si levò una nota diversa, flebile o acuta, breve o prolungata, finché l'intero giardino non fu che un'immensa orchestra, un fiorire e spegnersi di melodie, un esaltante e celestiale insieme di accordi che riempivano il cuore di dolcezza e melanconia, di speranza e di oblio. L'imperatore era estasiato al punto che non riusciva più a parlare e larghe lacrime di commozione gli rotolavano sulle guance. La musica durò a lungo; era notte alta, e il giardino incantato splendeva alla luce della luna, quando il mago, accorgendosi che l'emozione dell'imperatore era divenuta eccessiva, alzò   una   mano   per   far   tacere l'arcano concerto.

     Per molto tempo l'imperatore tacque; poi attraversò con il mago la porticina rossa e tornò tra i suoi cortigiani, che non avevano sentito nulla ed erano rimasti ad aspettarlo, stanchi, stufi e anche un po' preoccupati. L'espressione dell'imperatore era tale che nessuno osò far domande o commenti; tutta la corte ritornò nelle sue stanze in silenzio. Da quel giorno l'imperatore prese l'abitudine di passare molte ore della sua giornata nel giardino musicale; aveva imparato dal mago la formula per far iniziare il concerto, e vi si recava per lo più da solo; ma talvolta conduceva con sé l'imperatrice o una delle concubine, o, più raramente, qualcuno dei più fidati tra i suoi cortigiani.

      Alcuni mesi dopo, il mago, recatosi nella sala del trono di porcellana dove l'imperatore dava udienza, gli disse:

     "Mio sovrano, è giunto per me il tempo di abbandonare il tuo palazzo ospitale e riprendere la mia strada di viandante senza casa e senza patria. Ti lascio, affinché tu non dimentichi il tuo fedele servitore, l'incantesimo del giardino musicale, che ubbidirà sempre e soltanto al tuo comando."

     Ciò detto partì, senza scorta né bagaglio; le sue tracce si persero nelle infinite pianure e   tra   le   impervie   montagne   dell'impero.

     Qualche tempo dopo, in un caldo pomeriggio di fine estate, mentre si abbandonava alle gioie della musica nel suo giardino, l'imperatore si accorse che qualcosa non andava: ogni tanto, nell'impareggiabile accordo dei suoni, un'impercettibile stonatura disturbava l'armonia dell'insieme: era una stonatura minima, che nessun orecchio meno delicato e sensibile del suo avrebbe percepito; ma dopo qualche minuto divenne intollerabile, un fastidio che distruggeva l'incanto, un'offesa, un tormento per la sua sensibilità di amante della musica. Più e più volte provò a ripetere la formula magica che faceva smettere la musica, poi quella che dava inizio al concerto, sperando che si trattasse di una stonatura passeggera, una minima imperfezione dell'incantesimo; ma ogni volta, anche se l'armonia generale cambiava, ritornava sempre quella piccola ma insopportabile nota stonata.

     L'imperatore era disperato.

     "Come è possibile" gemeva "che il mio perfetto giardino musicale, il più sublime e armonioso degli incantesimi, abbia perduto la sua perfezione e la sua armonia così presto, proprio quando il suo creatore mi ha lasciato, senza svelarmi i segreti del suo funzionamento che mi potrebbero permettere di individuare la fonte della nota stonata e di correggerla?   Mago, ritorna, il tuo imperatore è disperato e nessuno   tranne   te   lo   può   aiutare!"

     In quel momento, un forte vento si abbatté sul giardino, torcendo i rami dei cespugli, ma senza strapparne neppure un fiore o una foglia; la musica tacque e si udì una voce, lontana ma chiarissima, che diceva:

     "Un topino, sovrano, è la causa della tua disperazione; un topino sta sconfiggendo la perfezione della mia magia; trova il topino che sta rodendo le radici della pianta che ora produce la nota stonata, e potrai eliminare la dissonanza dal tuo concerto. Ma non potrai più far suonare il cespuglio; non ti posso svelare il segreto dell'incantesimo."

     La voce tacque. L'imperatore, preso da una specie di furia disperata, trascorse la notte e la giornata seguente a esaminare le radici di ogni cespuglio; ma il giardino era grande, i cespugli migliaia, e an­che la seconda notte trascorse senza che l'imperatore riuscisse a trovare il topolino distruttore di note. Finalmente l'alba riapparve tingendo di verde e di rosa il cielo; l'imperatore spense la lanterna con cui aveva illuminato le sue inutili ricerche e la posò in terra. E proprio lì, accanto alle radici dell'ultimo cespuglio che sfiorava con i suoi rami l'alto muro di porcellana azzurra, c'era una piccola buca, l'imboccatura di una minuscola tana che sprofondava nella terra.

     "Ti ho trovato finalmente, insensibile nemico dell'arte, sciocco, sordo abitatore del mio giardino!" gridò l'imperatore, cercando di stuzzicare il topo con un bastoncino perché uscisse dal cunicolo.

     Ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Finalmente decise di   svellere le radici del cespuglio e   riuscì a catturare l'animaletto che, tremante, si era rifugiato proprio sul fondo della tana. L'imperatore era saggio e clemente, ma sapeva essere spietato quando lo riteneva necessario; il crimine del topo gli sembrava troppo grave per poter essere trattato con clemenza. Lo schiacciò quindi con il tacco della sua pantofola dorata, poi, afferratolo per la coda, lo fece volare al di sopra del muro del giardino. A quel punto, soddisfatto per aver fatto giustizia e ristabilita l'armonia nel suo giardino, l'imperatore ritornò nelle sue stanze, dove   tutti erano preoccupati per la sua lunga assenza. I servitori gli prepararono un bagno profumato e gli portarono cibi leggeri e stuzzicanti; dopodiché egli, affranto, s'addormentò e dormì per due giorni di fila.

     Appena sveglio, per prima cosa corse nel suo giardino e pronunciò la formula magica che trasformava gli immobili cespugli in fontane di musica, in strumenti pulsanti d'armonie. Finalmente la musica sgorgò melodiosa, senza più quella terribile nota stonata che gli aveva avvelenato il sangue.

     Ma la gioia dell'imperatore durò poco. La nota stonata, è vero, non c'era più, ma al suo posto c'era qualcosa di ancora più inquietante: una frazione di secondo di silenzio... un vuoto impercettibile che riusciva a trasformare la più sublime delle armonie in un insieme di suoni privi di senso... e questa piccola pausa di silenzio agghiacciò il cuore sensibile del sovrano più che qualsiasi orrenda dissonanza. Che fare senza l'aiuto del   mago che aveva creato quella meraviglia misteriosa? Come sostituire l'unica e indispensabile nota mancante?

     Egli si ricordò di aver fondato, molti anni prima, una scuola di musica all'interno del suo palazzo, in cui venivano istruiti gli schiavi destinati a diventare musicanti delle orchestre imperiali. Non se ne era più occupato da tempo; ma da qualche parte, in qualche sala dell'immenso palazzo, sicuramente la scuola funzionava ancora. Decine di servitori furono sguinzagliati alla ricerca della scuola di musica e dopo qualche ora, uno ritornò con la notizia di aver trovato, in un padiglione remoto e semicadente, un vecchio maestro che si dedicava all'istruzione musicale di un unico giovane schiavo. Lo schiavo fu accompagnato alla presenza dell'imperatore; questi in persona lo condusse al giardino.

     Per molti giorni l'imperatore e lo schiavo rimasero, soli e senza contatti con il mondo esterno, in mezzo ai cespugli sonori, provando e riprovando ogni tipo di strumento musicale finché una mattina finalmente con un grido di gioia l'imperatore riconobbe la nota mancante e l'armonia totale dell'armonioso giardino fu ristabilita. Il sovrano e i suoi cortigiani esultarono e per qualche tempo tutto ritornò come prima: l'imperatore e pochi altri privilegiati trascorsero lunghe ore nel giardino incantato, abbandonandosi alle dolcissime e sublimi emozioni della musica, mentre in un angolo nascosto del giardino lo schiavo ripeteva la sua unica indispensabile nota ogni volta che era necessario.

     Ma l'imperatore era giovane e curioso di ogni tipo di scienza; quando a corte si presentò un sapiente astronomo proveniente dall'India, incominciò a trascurare il giardino per dedicarsi alla costruzione di un osservatorio. Qualche anno dopo il suo interesse si spostò sulla fabbricazione di complesse macchine idrauliche, poi fu la volta degli esperimenti per dominare la forza dei fulmini, poi la ricerca della misteriosa sostanza che allontana la morte e prolunga la fuggevole giovinezza. A poco a poco il giardino fu abbandonato; e giunse il giorno che nessuno più nel palazzo, nemmeno l'imperatore, ricordava che cosa si nascondeva dietro gli alti muri di porcellana azzurro cupo che delimitavano un remoto giardino interno;   la porta scarlatta perse la sua lucentezza, la serratura arrugginita non si sarebbe più aperta con nessuna chiave.

     Gli anni passarono, guerre furono combattute e vittorie celebrate, si piansero morti e si festeggiarono nascite, inondazioni e terremoti distrussero città e altre furono edificate; ma in un angolo del palazzo il giardino magico esisteva ancora, anche se nessuno più ne aveva varcato la soglia da tempo immemorabile.

     Una sera, l'imperatore ormai vecchissimo si dilettava a raccontare a uno dei suoi pronipoti   storie del suo passato; all'improvviso gli tornò in mente una formula di parole incomprensibili, che non pronunciava più dal tempo della sua giovinezza.

     "Che vorranno mai dire queste parole?" si chiese il vecchio imperatore; "dove le avrò mai imparate?"

     E improvvisamente nella sua mente stanca risuonarono note dolcissime e ormai mute da tempo, musiche obliate ma pur sempre inebrianti.

     "Il mio giardino incantato! I miei cespugli musicali!" gridò, e seguito dal pronipote, preoccupato che l'avo fosse improvvisamente impazzito, si mise a correre attraverso sale e cortili, finché giunse davanti alla porticina che un tempo era stata rossa e ora era solo un'asse di legno grigio consumato dal tempo.

     La porta non si apriva più; il pronipote fu costretto ad abbatterla a spallate per secondare quello che gli pareva un incomprensibile capriccio senile.

     L'interno del giardino era ancora più desolato di quanto ci si potesse aspettare dall'esterno: morti i bei cespugli, scomparse le foglie verdi e i fiori di tutte le sfumature dell'iride, sgretolate e opache le mura azzurre. Invano il sovrano pronunciò la formula magica che doveva far scaturire armonie celestiali dai rami secchi e contorti che erano stati i cespugli sonori. Il vecchio imperatore si sedette sulla soglia e pianse.

     Ma all'improvviso, da un remoto angolo del giardino, una nota solitaria echeggiò, si spense, echeggiò di nuovo, una volta, due, tre, a intervalli irregolari, come suonata da qualcuno che seguiva una melodia che lui solo poteva udire.

     "Il mio schiavo musicante!" gridò l'imperatore, e per la seconda volta in quella giornata, dimentico della sua dignità e del peso degli anni, si mise a correre seguito dal giovane pronipote.

     Effettivamente, nell'angolo in cui un tempo cresceva il cespuglio le cui radici erano state rosicchiate dal topo, le spalle curve appoggiate al muro pieno di crepe e di fessure, uno schiavo, ormai canuto e decrepito quasi quanto l'imperatore, continuava a trarre un'unica, indispensabile nota da uno strumento altrettanto vecchio e rovinato. Solo quando l'imperatore pronunciò la formula magica che un tempo faceva tacere il giardino, lo schiavo smise di suonare la sua nota e alzò gli occhi sui due visitatori.

     "Finalmente" disse "qualcuno è tornato ad ascoltare la musica. Avevo paura di dover morire senza più suonare la mia nota neppure una volta."

     "Sei sempre rimasto qui?" chiese l'imperatore.

     "Oh certo! Come avrebbe potuto funzionare l'incantesimo musicale senza la mia nota?"

     L'imperatore sentì una stretta al cuore.

     "Ma non ti sei accorto che l'incantesimo è svanito, il giardino è morto, la musica tace per sempre?"

     "Mah, può darsi che sia come tu dici" rispose il vecchio schiavo, "io non ho mai fatto molto caso alla musica che suonavano gli altri, uomini o cespugli, io bado solo a suonare bene la mia nota quando ci vuole."

Il vecchio sovrano se ne andò, con le spalle curve e strascicando i piedi calzati di pantofole dorate. L'indomani all'alba un gruppo di servitori abbatté le mura cadenti e bruciò quel che restava dei cespugli secchi. Al posto del giardino musicale fu costruito un piccolo zoo per lo svago e l'istruzione dei bambini del palazzo. Allo schiavo musicante fu permesso di continuare ad appoggiare le sue vecchie spalle al muro di mattoni gialli che aveva sostituito quello di porcellana azzurra.

      Ma il vecchio imperatore non era soddisfatto; nella sua testa risuonavano frammenti di antiche melodie e la sua curiosità si era risvegliata per un'ultima volta.

     "Perché non dovrebbe essere possibile" si chiedeva "ricreare i sublimi concerti del giardino musicale partendo dall'unica, indispensabile nota dello schiavo?"

     Convocò i più sapienti musici dell'im­pero e li mise al lavoro. Lo schiavo fu costretto a suonare migliaia e migliaia di volte la sua   nota, con gli intervalli che solo lui conosceva, secondo l'arcana struttura di melodie che nessuno più udiva da decine d'anni. I musici calcolavano, scrivevano, provavano, costruivano strumenti mai visti e altri in disuso da secoli, tutto il palazzo risuonava di trilli acutissimi e suoni bassi e struggenti, i cortigiani disperati si rifugiavano nei cortili più interni coprendosi le orecchie con le mani. Ma ogni volta che uno dei musici sottoponeva all'imperatore il frutto di lunghi giorni di fatiche e di prove, questi scuoteva il capo canuto senza dire nulla: i suonatori riponevano i loro strumenti stancamente e la ricerca riprendeva, con sempre minor fervore, perché ormai era evidente che nessuno sarebbe riuscito a resuscitare gli antichi concerti del giardino musicale.

     Un giorno il più anziano dei musici chiese udienza al sovrano e gli disse:

     "È inutile, non riusciremo mai a ricreare le musiche per cui erano previste le note che il tuo schiavo suona. Una nota sola non basta, dal momento che lo schiavo non ha la minima idea di quali fossero le altre note che risuonavano insieme alla sua. Anzi, ho un sospetto: quel vecchio idiota deve essere un po' duro d'orecchio. Ma non ti sono sufficienti le migliaia di musiche nuove che abbiamo creato per te?"

     L'imperatore scosse ancora una volta il capo, congedò tutti i musici e i suonatori e permise al vecchio schiavo di tornare a riposarsi con le spalle appoggiate al muro di mattoni gialli. Il palazzo ridivenne silenzioso e l'ultima curiosità del decrepito sovrano si spense con un'amara sconfitta.

     E ben presto egli si rese conto che anche la sua vita stava per spegnersi. Era la fine dell'estate, i colori degli alberi erano accesi, le serate dolci. La stanza da letto dell'imperatore aveva una terrazza che dava su una valle ampia e verdeggiante; qui egli si fece trasportare una sera e sdraiatosi su ricchi cuscini di seta, chiamò a sé il giovane pronipote cui era    particolarmente affezionato.

     "Io spero" gli disse "che questa triste vicenda di note ti farà meditare e ti sarà di insegnamento per il futuro. Io ho sperimentato, molto tempo fa, come la mancanza di un'unica, indispensabile, piccola nota possa distruggere la più sublime delle melodie. Ma io ho sperimentato anche una verità assai più amara e definitiva: perché da una nota isolata e dimentica della sua funzione nell'insieme di un'armonia totale, nemmeno i più sapienti del regno sono riusciti a ricreare la melodia cui apparteneva. Non lo dimenticare: e non ti sperdere nella tua individualità se non vuoi perdere il senso dell'universale cui appartieni, e solo dà un senso alla tua minuscola, insufficiente, trascurabile individualità."

     Ciò detto, l'imperatore tacque e volse il viso verso la valle ormai quasi invisibile nelle brume della sera.

     Ma il pronipote era troppo giovane per aver coscienza che potesse esistere qualcosa al di fuori della sua individualità incompleta e piena di salute: guardò stupito l'avo, e quando si accorse che aveva chiuso gli occhi, se ne andò in punta di piedi a raggiungere i suoi fratelli e gli amici che giocavano nel cortile sottostante.