MONEMVASIA
Il piacere di arrivare nel tardo pomeriggio, installarsi in una comoda camera
d'albergo, fare una doccia e uscire con l'unica preoccupazione di scegliere
il ristorante in cui cenare! Olimpia pensò che non se ne sarebbe mai stancata.
Finché avrò gioventù, salute e soldi, fa' che possa goderne, dio dei turisti
oziosi. Mentre si spalmava di crema idratante per non spelare, mentre infilava
un vestito allegro e una collana multicolore di frutti di plastica, i sandaletti
rossi, gli anelli, non smise di guardare dalla finestra. C'era un fico proprio
fuori nel cortiletto, e dietro si vedeva il mare agitato, scuro, illuminato
da una luna ancora pallida sul cielo color indaco.
Clemente uscì dalla doccia con l'asciugamano intorno ai fianchi. Nel tempo in
cui Olimpia si truccava era pronto, pantaloni beige e camicia bianca, un po'
impaziente. Dritto davanti alla porta attese che lei si mettesse una spruzzata
di profumo, la guardò infilare un golf nello zainetto e controllare il telefonino.
- Ci sei?
- Ma sì. Gli slip non li metto, tanto il vestito è lungo, non si vede niente.
Che ne dici?
- Fa' come vuoi, amore mio. Andiamo?
Niente da fare, quando Clemente aveva fame non pensava a altro. Uscirono nel
vicolo cieco, buio a parte la lampada sulla porta. Le stanze dell'albergo, insolito
come il luogo in cui si trovava, erano sparse nelle poche case ristrutturate.
Sopra di loro c'era un altro appartamento ma al momento era vuoto, aveva detto
la ragazza dell'agenzia.
- Sarete soli. I turisti sono pochi ormai, la stagione sta finendo. In ogni
caso, anche se arrivasse qualcuno più tardi, non preoccupatevi. L'ingresso si
trova nella strada di fianco, non vi disturberà nessuno.
Già. La mia idea geniale di andare in vacanza a settembre. C'era vento, molto
vento, le due o tre taverne con una sala interna erano piene. Ne scelsero una
con i tavoli sistemati nel giardino. Il posto suggerito da un cameriere gentile,
in un angolo esterno tra un folto di ulivi e una enorme buganvillea, a prima
vista sembrava il meno adatto. Ma una volta seduti si resero conto che il cameriere
aveva ragione, il vento che sibilava tutt'attorno lì pareva calmarsi, lasciando
una piccola isola di calma. Olimpia infilò il golfino, Clemente si mise a studiare
il menu.
- Che incanto, - disse Olimpia.
Già il nome, Momemvasia, "unico accesso", aveva un che di magico. Una città
sulla costa orientale del Peloponneso, bizantina, veneziana, turca, eroicamente
greca, tutta cinta di mura, costruita su un roccione pelato in mezzo al mare,
con una strada sopraelevata come unico accesso dalla terraferma. Millecinquecento
anni di storia densa di ricchezze, traffici, pirateria, guerre, potenza e protagonismo
alle spalle, davanti un futuro di turisti distratti e ignoranti che facevano
un giro tra chiese e rovine, scattavano nervose foto e poi volevano mangiare,
bere, fare pipì, dormire nelle vetuste case ora provviste di ogni confort. Poche
decine di abitanti stabili. Una città morta, un cadavre exquis.
Rabbrividendo Olimpia bevve un sorso di vino.
- Hai freddo?
- Un po', ma preferisco qui che quelle taverne affollate dove si sta praticamente
in braccio ai vicini di tavola. Guarda!
Intorno ai loro piedi si era radunata una piccola folla di gatti in attesa di
un boccone. Uno, spelacchiato, zoppicava con fatica. Gli mancava metà di una
zampa davanti. Clemente gli gettò una testa di pesce, ma gli altri, più grossi
e agili, se la presero immediatamente. Solo quando tutti furono occupati a mangiare
il gattino mutilato riuscì a conquistarsi l'avanzo che Clemente gli porgeva.
Il vento continuava a piegare gli alberi del giardino semideserto. Il cibo e
il vino li aiutarono a riscaldarsi, e uscendo si fermarono a guardare le vetrine
di specialità locali, sistemate nelle antiche botteghe della via principale.
Dal suo ufficio di pietra a vista con il soffitto a volta, la ragazza dell'agenzia
li chiamò agitando la mano.
- Vi siete sistemati bene? La stanza vi piace?
- Oh sì, è comodissima.
- Se avete bisogno di qualcosa, telefonatemi. Mi chiamo Asimina. Tenete pure
la chiave, la donna delle pulizie ha un duplicato. Questo vi può servire. Omaggio
della direzione.
Tese un libretto in italiano, una piccola guida della città completa di storia,
mappe e foto. Era una ragazza sveglissima e vivace, che parlava un inglese fluente,
strizzata in una canottiera bianca, con tette prominenti e tacchi altissimi,
capelli tinti di un nero aggressivo, disperatamente travestita da bomba sexy,
ma cordiale, piena di sorrisi e grazia. Clemente era come ipnotizzato. Olimpia,
divisa tra fastidio e simpatia, la ringraziò con troppa foga.
- Lei vive qui?
- Oh no. Sono del nord, Macedonia. Frequento la facoltà di lingue dell'università
di Salonicco. Mi guadagno un po' di soldi per gli studi.
Brava ragazza. Presero un caffè in un baretto spocchioso, cercarono di andare
a vedere la luna sul mare dalle mura, ma la strada, priva di illuminazione,
era pericolosa. In camera, per non guastare l'atmosfera fuori dal tempo non
c'erano né televisione né radio. Si abbracciarono, stanchi e soddisfatti. Il
vento fischiava e sbatteva le imposte di legno, gli alberi frusciavano. Più
lontano le onde morivano con un rombo sordo contro gli scogli.
- Domani mattina, - disse Olimpia prima di addormentarsi, - vado a raccogliere
i fichi in cortile. Fichi bianchi, i miei preferiti.
La sala della colazione, in una casa adiacente, si raggiungeva attraverso un
passaggio buio. Olimpia sospettava che sul soffitto a volta ci fossero dei pipistrelli,
ma preferì non accertarsene. Era presto, gli altri tavoli non erano ancora occupati.
Una versione bionda di Asimina portò caffè, succo d'arancia, pane caldo, burro
e miele. Si chiamava Lyda. Il buffet offriva yogurt, melone, prosciutto e formaggio.
Clemente ordinò un'omelette. Dopo la prima tazza di caffè ritrovò la parola.
- Hai dormito bene?
- Benone. Mi sono alzata solo una volta per chiudere le tende. C'era una bella
luna, ma un ramo bussava ai vetri e mi inquietava. E tu?
- Sì, anch'io. A parte quando è arrivato qualcuno nella stanza sopra la nostra.
Hanno fatto un po' di rumore, il palchetto che scricchiolava e una porta che
sbatteva. Hai sentito?
- Niente.
Mangiarono con calma, molto più di quanto l'appetito richiedesse. Era così gradevole
perdere tempo nel tepore del sole che arrivava dalla posta spalancata sul cortiletto
lastricato. Più tardi scesero verso le mura e uscirono sul mare da una stretta
apertura a volta. Il vento era ancora forte. C'era una scaletta di ferro per
entrare in acqua, ma non era giornata per fare il bagno, le onde alte, di un
blu cupo, aggredivano gli scogli dando una sensazione di pericolo. Si arrampicarono
sul camminamento diroccato, salirono scalette ripidissime aggrappandosi alle
pietre pericolanti, muovendosi cautamente, un piede dietro l'altro, nei punti
troppo stretti. Olimpia, che soffriva di vertigini, fu costretta più di una
volta a chiudere gli occhi e afferrare la mano di Clemente. Poi tornarono tra
le case, ficcarono il naso nei cortili, nelle finestre. La città non si concedeva
volentieri, solo i ruderi permettevano agli sguardi indiscreti di violare i
loro segreti. Scivolando sul lastricato liscio come sapone per essere stato
troppo calpestato, inseguirono le cupole che apparivano e sparivano a ogni cambio
di prospettiva. Visitarono le chiese aperte e spiarono dal buco della serratura
di quelle chiuse. Infine si riposarono sul muretto della piazza. Olimpia sfogliava
la guida offerta dall'agenzia.
- Guarda un po'! Nel cimitero è sepolto un famoso poeta, Ghiannis Ritsos.
- Ah sì?
- Dai, andiamoci. L'ho visto ieri arrivando, lungo la strada fuori dalla porta
d'accesso. Sono troppo stanca per salire alla città alta. Ci andremo domani,
ti va?
A Clemente andava benissimo, gli andava sempre bene tutto quello che Olimpia
proponeva. Prima bevvero qualcosa a un caffè da cui si poteva osservare l'andirivieni
dei turisti. Si sentivano privilegiati perché non erano solo in gita per un
giorno, in un certo modo si sentivano già di appartenere a Monemvasia. Noi
dormiamo qui, ci stiamo appropriando di tutte queste bellezze. Domani mattina
ci sveglieremo ancora in questo silenzio ventoso. Fate le vostre foto, comprate
i vostri ricordini e andatevene, turisti frettolosi.
Fuori dalla porta della città il mondo era quello di tutti i giorni. Un serpentone
luccicante di automobili si snodava fin quasi alla strada sopraelevata. Il piccolo
cimitero, circondato da muri intonacati a calce, si trovava poco più avanti,
vicino all'unico folto d'alberi esistente sull'isola. Salirono il breve sentiero
e entrarono nel recinto. C'erano alcune decine di tombe ordinatissime di marmo,
ornate di sassi bianchi e verdi secondo uno schema sempre uguale. Le date sulle
lapidi erano tutte recenti, tranne quella del poeta, morto da tredici anni.
Sulla sua tomba, accanto a fiori finti simili a quelli delle altre, c'era una
melagrana e alcuni sassi. Lungo la parete a monte erano ammucchiate cassette
di legno, metallo, marmo. Erano gli ossari in cui stavano i corpi riesumati
dopo tre anni dalla sepoltura, secondo la tradizione. Portavano piccole targhe
con un nome, qualcuna anche una foto su ceramica, due date, molte erano semiaperte
o spezzate, tutte avevano un aspetto trascurato e temporaneo. Clemente si allontanò
in esplorazione.
- Oli, vieni a vedere. C'è la lapide di un inglese, datata 1924. Chissà che
cosa ci faceva qui.
- Guarda qua. Si legge solo il nome, Maria, 1950 - 1976. La mia età esatta!
Chissà di che cosa è morta.
- Questo invece è morto a 97 anni, nel 1997. Bella faccia. Chissà quante cose
avrebbe potuto raccontarci di questo posto. E questo ragazzino, che pena, 1917
- 1925, la cassetta è tutta tarlata, il coperchio non tiene quasi più.
Chissà, chissà, chissà… ogni tomba e ogni cassetta erano piene di chissà. Non
c'era niente da fare, non avrebbero mai più lasciato uscire i loro segreti.
Ma il cimiterino era allegro sotto tutto quel sole che faceva luccicare pagliuzze
dorate nel candore del marmo. Il vento torceva i pini, le onde sussurravano,
una barca a vele spiegate scivolava elegante nel golfo. Olimpia, non sapendo
dove trovare dei fiori, raccolse una manciata di pignoli sul sentiero e li distribuì
qua e là. Le facce nelle foto le sorrisero melanconiche.
Il sole stava tramontando. Gruppi di turisti si affrettavano verso gli autobus
a due piani e le macchine arroventate. Clemente e Olimpia, con i piedi doloranti,
affamati, felici all'idea di una serata nella città silenziosa, si immersero
nell'ombra raccolta sotto la porta che li riempì di un senso di possesso. Percorsero
sicuri vicoli e gradinate fino alla loro stanza. Ormai conoscevano la strada.
Sullo scalino dell'entrata, una grande foglia piena di fichi esalava un profumo
intenso. Olimpia scoppiò a ridere. - Guarda qui! Ho dimenticato di raccoglierli
stamattina e qualcuno ci ha pensato per me.
Fece una doccia e mentre si vestiva se ne ficcò uno in bocca. La stanza era
stata rassettata accuratamente, il letto rifatto, le tende accostate.
- Squisiti, Clem! Morbidi e granulosi, maturi, una meraviglia. Dopo cena dobbiamo
passare all'agenzia per ringraziare Asimina. Scommetto che l'idea è sua.
- Ti rovinerai l'appetito.
- Anzi. Assaggia.
La stanchezza la rendeva euforica. Si truccò con cura, poi cercò la collana
di plastica che le metteva allegria. Non era dove pensava di averla lasciata.
- Hai visto la mia collana?
- Che collana?
- Oh Clem. Quella che metto tutte le sere. Quella di fiori e frutti colorati.
- Non è lì sul tavolino?
- No.
Clemente la osservò nervoso mentre rovistava nei bagagli.
- Scusa, Olimpia, non puoi metterne un'altra? Sto morendo di fame.
Certo che posso metterne un'altra, ma io volevo quella. Mi sta così bene.
Comunque la sostituì con una sciarpa di seta cangiante, molto adatta alla serata
fresca. Cenarono in un ristorante con una splendida terrazza da cui si vedeva
il mare. C'era meno vento, ma le onde avevano creste di schiuma brillanti sotto
la luna. Non comparve neanche un gatto. A Olimpia spiacque un po', specialmente
per quello zoppo. Si era immaginata di dargli un pesce intero, tutto per lui,
a costo di allontanare gli altri a calci.
La sera prima, affaticati dal viaggio, erano stati ben contenti di andare a
dormire presto, ma adesso la doccia li aveva ritemprati. Asimina era la persona
adatta per informarsi sulla vita notturna di Monemvasia.
Quando entrarono nell'elegante ufficio arredato di pezzi antichi, la ragazza
stava sussurrando al telefono, tutta attorcigliata sulla seggiola, rigirandosi
una ciocca di capelli sulle dita. Sobbalzò al loro saluto. Portava una specie
di sottoveste stropicciata che a malapena le arrivava all'inguine. Le sue braccia
erano coperte di pelle d'oca. Chiuse la comunicazione e si alzò per accoglierli.
- Sono così spiacente. Non era mai successo prima. Oggi è stata veramente un'emergenza.
La signora albanese che ci fa le pulizie è caduta sulle scalette, si è fatta
male a una gamba e non sono riuscita a trovare nessuno che la sostituisse, ma
domani sarà tutto a posto.
- Oh no, la nostra camera è stata pulita. Anzi, volevo ringraziare per l'omaggio
dei fichi.
Asimina la guardò sorpresa.
- I fichi?
- Sì, quelli che abbiamo trovato sulla porta. Squisiti. Un pensiero squisito!
- Ah. Allora tutto bene?
- Tutto bene. Non siamo più soli, vero? Abbiamo sentito dei rumori al piano
di sopra.
Senza rispondere, Asimina consultò un registro.
- Già, forse la mia collega ha dimenticato di registrare un arrivo. E' una tale
pasticciona!
Olimpia rise, Clemente si mise a osservare le stampe sulle pareti.
- Avete passato una bella giornata?
- Fantastica. Domani saliremo alla città alta. Ma adesso, dove si può andare
a sentire un po' di musica? C'è qualche locale, che so, una discoteca, una birreria?
Questa volta fu Asimina a ridere.
- A Monevasia? Figurarsi. E' una città storica, un museo vivente. C'è un posto
dove potete prendere un gelato, un dolce, un ouzo, che rimane aperto fino a
mezzanotte. Ma poi, tutti a nanna qui. E anche al porto, sulla terraferma, ci
sono un sacco di taverne ma nessuna discoteca.
Delusa, Olimpia si strinse nelle spalle. Salutò Asimina e spinse fuori Clemente.
- Almeno una sbronza, dai, - gli disse mentre entravano nel caffè.
Ma al primo bicchiere di metaxa le venne un sonno tremendo. Rientrarono strascinando
i piedi. Quelli della stanza sopra di loro facevano un sacco di casino, correvano
e sbatacchiavano le imposte. Eppure entrando non avevano visto luce alle finestre.
- Strano, - disse Olimpia assonnata, sotto le lenzuola, mangiando gli ultimi
fichi.
- Almeno lavati i denti prima di dormire.
- Ma va' là, igienista.
Quando lui la abbracciò le parve che il suo corpo si dilatasse come nebbia,
di avere mille braccia come una divinità indù, di rigirarsi in un letto affollato
e senza confini, una piazza d'amore. Gemette piano, pigolò con un fiato di pulcino,
stremata e felice.
Faceva freddo, freddissimo. Le pareti di pietra erano gelate. In un armadio
trovarono delle coperte, ma anche sotto il cumulo di lana continuarono a rabbrividire.
I loro vicini invece dovevano divertirsi da matti. A un certo punto pensarono
di andare a protestare ma proprio allora tutto tacque, tranne il vento tra gli
alberi del cortile. La luna splendeva sul mare, anche se nessuno la vedeva.
Di colpo la porta si spalancò. Un soffio d'aria gelida arruffò le coperte, si
infilò tra i loro corpi disperdendo la nicchia di calore che li avvolgeva. Con
fatica Olimpia riuscì a chiudere il battente. Mentre tornava a letto qualcosa
di umido e leggero le sfiorò il viso.
- Ragnatele, - mormorò rannicchiandosi contro Clemente per scaldarsi, - tutto
sommato le pulizie non sono state fatte tanto bene.
Rimasero svegli a lungo, finché dai vetri cominciò a trapelare un biancore malaticcio.
Per fortuna avevano dimenticato di tirare le tende.
A colazione erano di nuovo soli. Li servì una ragazza pallida, vestita con un
lungo abito di pizzo rosa. Sorrideva premurosa, gentile, ma non parlava inglese.
Fuori c'era un sole accecante.
Clemente era un po' deluso.
- Che fine avrà fatto la bionda di ieri?
- Sarà lei che è scivolata per strada? Veramente sembrava greca, non albanese.
Oh povera me, ho così sonno che quasi quasi me ne tornerei a dormire.
Senza darle retta, Clemente si mise a leggere la guida.
- La città alta è stata definitivamente abbandonata nel 1811. L'unico edificio
ancora integro è la chiesa di Santa Sofia, ma il campo di rovine, facilmente
leggibili e altamente suggestive, permette al visitatore di farsi un'idea di
come doveva presentarsi al massimo del suo splendore.
- Dobbiamo davvero arrivare fin lassù? Hai visto com'è ripida la salita?
Lui rise come se avesse detto un'enormità.
- Ti pare che si possa venire a Monemvasia senza visitare tutto? E poi come
vorresti passare la giornata? Il mare è agitato, non si può fare il bagno. Forza,
finisci il caffè che si fa tardi.
- Che freddo, Clem, che freddo! Questa sala è gelata.
Uscirono nello spiazzo davanti alla chiesa principale. Al di là delle mura si
sentiva il mare che aggrediva ostinato gli scogli. Il tepore del sole li accolse
come un abbraccio malgrado il vento incessante, accanito.
La salita era davvero faticosa, una serie di scalini scivolosi a zig-zag chiusi
verso valle da un muretto oltre il quale si stendeva una distesa di tetti rossi,
inframmezzati da cupole e muri crollanti, piccoli giardini, e in fondo il mare
blu percorso da riccioli di schiuma. A monte incombeva la parete di roccia coronata
di mura. Impiegarono una mezz'ora a raggiungere la porta d'ingresso alla città,
sormontata dall'iscrizione "Qui regna Cristo". La volta del sottopassaggio si
apriva a metà per consentire ai difensori di versare pece bollente sui nemici.
Dal buio si usciva infine in una piazza affacciata sul mare. Luce sole vento
bruciavano e torcevano gli sterpi a perdita d'occhio. Era bello, e spaventoso.
Raggiunsero la chiesa di Santa Sofia, da quasi mille anni impavida sull'orlo
del precipizio. Indifferenti alla desolazione, le antiche pietre dorate esprimevano
forza e mistero. Al di là di portico e nartece, il vano centrale a pianta rotonda
risuonava armoniosamente.
- Senti, - sussurrò Olimpia, - sembra di essere nella cassa di un violino.
Sedettero sulle sedie di paglia di fronte all'iconostasi. Dall'alto pioveva
una luce serena.
Potrei restare qui per sempre. A occhi chiusi ascoltarono la voce del
vento che li avvolgeva come un incantesimo. Si infilava nelle sue strade misteriose,
sussurrava segreti, delicati arpeggi, li carezzava senza intimità, cantava,
fischiava, raccontava le sue storie arcane e morte.
Entrarono altri turisti, esitando sulle lastre consumate del pavimento. Visi
di santi mezzi scrostati lanciavano cipigli dalle pareti. Olimpia desiderò avere
un registratore per portarsi via quella musica d'aria. All'aperto furono di
nuovo rapiti dalla sensazione di galleggiare tra mare e cielo in un tempo immobile.
Iniziarono la salita verso la fortezza. Della città restavano pietre su pietre,
bassi locali a volta, cisterne, un groviglio di muri e scale interrotte. Il
sentiero era difficile, sdrucciolevole, Olimpia dovette più volte farsi aiutare
per inerpicarsi. Raccolse un coccio dipinto, lo pulì con il bordo della camicia.
- Guarda! Un pezzo di piatto. Ci sono dei fiori colorati. Ceramica smaltata,
sembra turca. Contenta come una bambina lo infilò in una tasca dello zainetto,
poi si mise a cercane altri. Ce n'erano a centinaia, e molti erano decorati.
Clemente la aspettava per tenderle la mano nei punti difficili, un po' indulgente
un po' irritato. In giro non si vedeva nessuno, la salita scoraggiava i visitatori.
Raggiunsero le rovine del forte. Era il punto più alto del pianoro, da cui si
dominava la distesa di rovine e i pochi edifici ancora in piedi. Il sole era
tiepido, il vento intenso. Sedettero a riposarsi. Una figuretta solitaria saliva
per il sentiero che avevano appena percorso. Procedeva senza perdere tempo a
guardarsi attorno, apparentemente senza fatica. Quando fu più vicina Olimpia
la riconobbe.
- E' la ragazza che ci ha servito la colazione! Chissà che cosa viene a fare
qui, con il suo vestito di pizzo.
Agitò un braccio in segno di saluto. La ragazza si fermò poi rispose stringendo
e aprendo la mano con gesto infantile. Rimase un attimo immobile. Olimpia le
fece cenno di raggiungerli. Le era venuta una specie di ansia, una smania di
parlarle.
- Dai, dai, vieni su! - gridò.
- Tanto non ti capisce.
Già, se n'era dimenticata. D'improvviso il mondo parve oscurarsi. Un muro di
nuvoloni neri in corsa velocissima dalle montagne della costa occupò il cielo,
annullò sole e ombre, trasformò il mare in una massa livida. Il vestito rosa
della ragazza sparì nel grigio uniforme, privo di rilievo, della distesa di
pietre e sterpi. Un soffio gelido li colse di sorpresa.
- Ma dov'è finita? Sarà caduta in una cisterna?
Aguzzarono gli occhi, pronti a correre in aiuto. Non riuscivano a distinguerla
da nessuna parte, ma si vedevano molte persone salire e scendere per i sentieri,
uscire dalle case che nella penombra avevano perso l'aspetto desolato di rovine.
Sembrava che sotto di loro ci fosse una vera città, viva e attiva.
- Forse avevano preso altri sentieri e salendo non li abbiamo visti, - disse
Clemente.
Non c'era più tempo di stare a fare ipotesi. Le nuvole avevano raggiunto l'orizzonte
e lampi violenti presero a illuminare il mare, subito seguiti dai tuoni. Il
punto in cui si trovavano, così esposto, era davvero pericoloso. Olimpia, terrorizzata
anche dai temporali in città, si slanciò per un sentiero che portava direttamente
alle mura. Quando la pioggia cominciò a flagellarli furono costretti a rallentare
l'andatura per non cadere sui sassi scivolosi, mentre rivoli di acqua fangosa
trasformavano il sentiero in un ruscello. Stranamente non incontrarono nessuno.
Spaventati, fradici, infreddoliti, raggiunsero l'uscita. Nel buio Olimpia sedette
sul sedile di pietra che fiancheggiava la volta coperta, ma si alzò subito,
schifata dalla sensazione di toccare viscidi serpenti. Guardando indietro ebbero
di nuovo l'impressione di vedere un brulicare di ombre sui cupi pendii.
Dopo pochi minuti l'acquazzone cessò. Scesero con precauzione alla città bassa
mentre il cielo ritornava velocemente azzurro e l'aria fumigava calda nel sole
del primo pomeriggio. Nelle stradine affollate, tra le botteghe e i ristoranti,
non c'era traccia del temporale. Turisti e abitanti si dedicavano ai loro traffici
in tutta tranquillità. Trascorsero un'oretta serena bevendo birra e mangiando
patatine.
- Cosa darei per un giornale italiano, - disse Clemente. - Ho bisogno di qualcosa
che mi riporti alla realtà. Questo posto è troppo remoto.
- Già. Troppo passato, eh? Una bella polemica tra maggioranza e opposizione
ci riporterebbe con i piedi per terra. Recensioni di film, previsioni del tempo
e tutto quanto. Anch'io ho bisogno di concretezza.
- Stasera andiamo a cena al porto, che ne dici? Ci sarà un sacco di casino,
penso. Gente concreta che vive nel presente. Magari un po' di musica.
- Televisione!
- Distributori di benzina.
- Supermarket. Negozi di occhiali e internet caffè.
- In ogni caso questa è l'ultima notte che passiamo qui. Domani saremo di nuovo
in macchina, e la prossima tappa la facciamo in qualche posticino allegro e
rumoroso.
- Bene, adesso torniamo nella nostra stanza a fare una doccia, poi vedremo.
La porta era spalancata. Dentro tutto pareva in ordine, ma sul pavimento c'era
un tappeto di foglie morte. Olimpia ne raccolse qualcuna.
- Foglie di quercia! Non ci sono querce sull'isola. Solo eucalipti, fichi, pini,
magari ulivi, viti, oleandri… Neanche una quercia, sono sicura.
Il letto era rifatto. Sul suo cuscino era poggiata la collana di plastica, perfettamente
disposta a cerchio. Accanto c'erano i vestiti che aveva lasciato appesi nell'armadio,
come tanti cadaveri stesi sul copriletto. In mezzo, una grande foglia di fico
piena di frutti.
- Che cazzo succede, Clemente?
Lui non rispose, fermo davanti alla sua valigia.
- L'avevo lasciata tutta in disordine, e adesso guarda qui.
Gli abiti e la biancheria erano così ben impilati che rimaneva uno spazio. Ma
non era vuoto, anzi. Traboccava di pigne appiccicose e gravide di pignoli cosparsi
di polverina nera. Il profumo di resina si mescolò a quello dei fichi. Olimpia
gli si strinse contro.
- Sarà ammattita la cameriera? Dopo andiamo a parlare con Asimina.
Prima di uscire fecero qualche telefonata a casa. Mentre Clemente faceva il
resoconto della giornata a sua madre, gli ospiti del piano di sopra cominciarono
a fare un casino d'inferno. Sembrava che corressero e saltassero con scarponi
da sci e tacchi alti, sbattendo pentole e persiane, dando colpi nelle pareti.
Fu costretto a interrompere la chiamata.
- Adesso vado su a protestare.
Dopo qualche minuto era di ritorno, perplesso.
- Non sono riuscito a entrare. C'è una porta chiusa, le finestre sono buie e
nessuno ha risposto quando ho bussato e gridato. Mi sarò confuso di strada?
- Non credo, se hai seguito la parete esterna, ma qui è un tale labirinto…
Intanto i rumori erano cessati.
- Forse sono usciti prima che tu arrivassi.
L'idea non convinceva nessuno dei due. Non c'era stato davvero tempo.
- Chissà, forse si dovrebbe risalire fino alla via principale e poi ridiscendere
da un'altra parte. Qui ogni casa è attaccata all'altra, ci sono passaggi che
le uniscono passando sopra le strade. Non è detto che il pianterreno e il primo
piano abbiano entrate attigue. Noi ragioniamo con una mentalità troppo elementare,
Clem.
Quello era un discorso sensato. In ogni caso decisero di andare subito all'agenzia.
Fecero un po' di fatica a individuare la porta di legno tra una galleria di
quadri e un negozio di souvenir. Un biglietto scritto a mano diceva 'Saremo
aperti domani mattina alle undici. In caso di urgenza rivolgersi alla sede al
porto'. Nessun numero di cellulare.
- Già, è sabato. Anche Asimina ha diritto di divertirsi, è giusto.
Tornarono al ristorante nel giardino. C'era meno vento della prima sera, quasi
tutti i tavoli erano occupati, ma il loro era libero. I gatti affamati ricomparvero
subito. Lo zoppo li guardò con occhi accusatori: perché ieri non siete venuti?
Olimpia gli diede un pezzo di coniglio più grosso di quello che aveva mangiato
lei, facendo ben attenzione che gli altri non glielo portassero via. Il gatto
lo spolpò con cura, ma appena finito si rimise in posizione fissandoli: tutto
qui? Un gruppo di giovani festeggiava un compleanno con brindisi e applausi
rumorosi. Una ragazza carina passò tra i tavoli offrendo dolcetti alla mandorla.
L'atmosfera gradevole li rasserenò.
Dopo cena fecero una passeggiata fuori dalle mura, sulla strada lungo il mare.
La luna tracciava sulle onde una scia frantumata. Il cancello del cimitero,
bianco e pieno di pace, era chiuso. Mentre passavano accanto alla salita Olimpia
sussultò.
- C'è qualcuno dentro! Ho visto qualcosa che si muoveva. Qualcosa di chiaro,
come un vestito. Chi può essere, Clem?
- Smettila. Stai diventando un po' isterica. Non ci può essere nessuno a quest'ora.
- Eppure giuro che l'ho visto. Torniamo, non mi piace questo posto.
Tornando incrociarono la ragazza della colazione.
Camminava proprio in mezzo alla strada, con un mazzo di fiori bianchi stretto
al petto. Li salutò con un sorriso, senza rallentare il passo.
- Che fiori erano, Clem?
- Non sono riuscito a distinguerli bene.
Si voltarono ma la strada faceva una curva, non la videro più. In piazza un
uomo suonava il buzuki e il gruppo del ristorante ballava. Circolavano vassoi
carichi di bicchieri di ouzo. Rimasero fino a tardi a bere e ascoltare. Olimpia
si lasciò convincere a ballare da un tipo bruno con i baffi mentre Clemente,
ormai mezzo ubriaco, se ne stava sdraiato sul muretto. Quando rientrarono era
notte fonda.
A Clemente gli era presa una ciucca erotica. Senza perdere tempo a accendere
la luce, spinse Olimpia sul letto e le sollevò il vestito. La stanza, come sempre,
era gelida. Dalla finestra entravano fiotti di luce lunare, la porta sbatteva
per il vento. I vicini di sopra erano in festa, una donna cantava e gli altri
battevano le mani a ritmo. Forse sono i ragazzi di prima, pensò Olimpia in uno
sprazzo di lucidità. Un attimo dopo essere venuto Clemente le si addormentò
addosso. Lei rimase a guardare le nuvole che correvano dietro ai vetri, piacevolmente
persa di stanchezza.
Si svegliò intirizzita. Già, la porta è rimasta aperta. Spinse via Clemente
che docile rotolò di lato, ma qualcosa le impedì di alzarsi. Paura. Una sensazione
paralizzante di paura la schiacciava sul materasso, le rendeva le gambe pesanti
e il respiro faticoso. Fuori, nel vicolo, fluttuava un'ombra più chiara del
buio. Un viso pallido. Un vestito rosa. La ragazza della colazione.
Cercò di svegliare Clemente senza fare rumore.
- C'è qualcuno lì fuori.
- Mmm, stai sognando. Dormi, è ancora notte.
- Ti prego, davvero, c'è una donna nel vicolo.
Sospirando, Clemente si alzò. Guardò, non vide nulla, chiuse la porta a chiave.
Prima di tornare a letto andò in bagno. Il rumore dello sciacquone la confortò.
Si abbracciarono e a poco a poco il corpo di lui le comunicò un po' di calore.
Prima di addormentarsi ricordò di chiudere le tende. Lì, tra le fronde scure
del fico e le onde scintillanti, l'abito rosa della ragazza faceva una macchia
luminosa. Intravide lo sguardo nero nelle occhiaie profonde, il sorriso umile.
- Clemente!
Prima che lui potesse rispondere, una raffica spalancò la finestra. Il vento
sollevò le lenzuola, aprì le ante dell'armadio, scatenò una danza muta tra gli
abiti appesi. Un alito di gelo riempì la stanza. Maria, la parola non detta
le riempì la mente e le orecchie.
- Maria!
- Che cosa dici?
- E' lei la ragazza con il vestito rosa. Maria, quella che è morta alla mia
età, quella delle ossa nella cassetta al cimitero… Vuole qualcosa, ma che cosa?
- Tu sei matta, amore mio. Domani abbiamo una lunga strada da fare. Non potrò
guidare se non mi lasci dormire un po'.
- Guiderò io.
Corse a chiudere i vetri, lottando con il vento impetuoso. Fuori c'erano solo
il cielo pieno di nuvole e la luna, il mare inquieto, i rami che si agitavano.
La collana di plastica scivolò dal tavolino e cadde con un tonfo lieve. Dita
ansiose grattavano la porta, a tratti gli occhi neri li spiavano dalla finestra.
Sul soffitto uno scalpiccio di piedi nudi ritmava una corsa regolare, avanti
e indietro, finché una luce grigia cominciò a schiarire il buio. Si strinsero
nel gelo che non voleva cedere, svegli ma silenziosi. Infine apparve il primo
raggio di sole.
La sala della colazione, ancora una volta, era vuota. Lyda li accolse con un
bricco di caffè e brioche calde.
- Siete di partenza? Spero che ieri la colazione fosse buona. Mi spiace tanto,
mia madre è caduta e si è rotta un piede, ho dovuto accompagnarla all'ospedale
in città. Vi ha servito Asimina?
- C'era una ragazza con un vestito rosa, una pallida con i capelli neri. Chi
è?
Lyda aggrottò la fronte.
- Non so. Forse una del paese che è venuta a dare una mano. Anche la donna delle
pulizie era malata, Asimina avrà trovato una sostituta. Volete un'omelette?
Nessuno dei due aveva fame. Qualcosa li tratteneva dal raccontare a Lyda le
esperienze della notte. Clemente sbocconcellò una brioche prima di riprendere
a parlare.
- I nostri vicini di sopra non fanno colazione?
- Quali vicini? Siete i soli clienti dell'albergo al momento. La fine di settembre
è un periodo morto. C'è un gruppo di austriaci che viene sempre a ottobre, poi
si chiude fino a maggio.
Nei recessi della casa squillò un telefono. Con una frase di scusa, Lyda sparì.
La temperatura parve abbassarsi di colpo. Dalla porta aperta venne un lampo
rosa, un vortice di nuvole coprì il sole. La fragranza di pane e caffè fu sopraffatta
da un sentore di muffa. La sala luminosa si trasformò in una cantina, una cripta
greve di umidità. Dammi i tuoi vestiti, la tua collana, i sandaletti rossi.
Regalami il tuo uomo appassionato. Non lasciatemi qui sola. Sono giovane, voglio
anch'io ballare e essere amata. Che me ne faccio di una manciata di pignoli?
- E' lei, - sussurrò Olimpia. - E' Maria. Vuole tutto quello che mi appartiene.
Poverina, non ha più niente, solo quelle quattro ossa in una cassetta… Ma io
che cosa posso fare per lei?
Clemente la guardò sbigottito.
- Stai impazzendo, amore mio. Deliri.
- No, sono sicura che è lei. Mi ha parlato proprio adesso. Oh Clem, è troppo
triste questa storia. Ha cercato di mettersi in contatto con noi per tutto il
tempo. Ma è morta, è morta. Anche se le regalassi tutto, tranne te naturalmente,
e lo farei volentieri, a che cosa le servirà? Un fantasma non può mettersi dei
sandali rossi, non può ballare, vero?
Lui le afferrò i polsi, la scosse fino a farla piangere.
- Smettila, sei morbosa e insensata. Finirai per ammalarti. Non c'è nessun fantasma.
Solo il tempo incerto, troppo vento, troppa solitudine. Adesso partiamo, andiamo
in un bel posto pieno di discoteche e gente allegra. Ti passerà.
- No, non mi passerà. Devo lasciarle un bel regalo, devo risarcirla in qualche
modo. Ti immagini che cosa deve avere provato mentre facevamo l'amore felici,
senza nemmeno accorgerci che ci guardava? Aveva la mia età quando è morta. Chissà
quanto piaceva anche a lei fare l'amore.
Clemente, pallido e teso, la trascinò via. Sulla soglia della camera c'era il
solito omaggio di fichi, ma lui li fece volare via con un calcio. Aprì la porta
con precauzione, costringendola a aspettare fuori finché non ebbe verificato
che era tutto a posto. Il letto era ancora disfatto, gli abiti nell'armadio.
C'era persino un certo tepore per il sole che penetrava a fiotti dai vetri chiusi.
Fecero i bagagli in fretta e furia, trascinarono le valige su per i gradini
fino all'ufficio dell'agenzia.
Asimina li accolse con un gran sorriso. Portava una camicetta trasparente senza
reggiseno, ma Clemente non fece una piega.
- Allora, siete di partenza?
- Sì, vorremmo il conto.
Mentre scriveva Asimina continuò a chiacchierare.
- Vi siete trovati bene a Monemvasia? E nel nostro albergo? Farete un po' di
pubblicità tra i vostri amici, in Italia? Mi spiace solo che ci sia stato qualche
disguido per il servizio. Non era mai successo finora.
Olimpia aprì la bocca per fare una domanda ma Clemente le strinse il braccio
così forte da farle male. Pagò il conto biascicando una parola gentile. In due
minuti erano sulla porta.
- A proposito, - disse Asimina mentre uscivano, - vi sono piaciuti i fichi?
Erano freschissimi, li ho raccolti stamattina presto proprio per voi.
Sullo spiazzo fuori dalla mura stavano arrivando i primi pullman di turisti
in gita domenicale. La strada era ingombra di automobili. Il mare era molto
agitato, le onde scure sbattevano con furia contro gli scogli e fiocchi di schiuma
si dissolvevano nell'aria tra mille iridescenze. Salirono in macchina. Clemente,
al posto di guida, attese che Olimpia si allacciasse la cintura di sicurezza
poi mise in moto.
- Fermiamoci al cimitero, Clem, ti prego.
- No. Ce ne andiamo subito, e non ci fermiamo prima di essere arrivati in un
bel villaggio turistico con piscina, animazione e balli latini.
Nell'auto rimasta al sole faceva un caldo soffocante. Olimpia abbassò il vetro.
-Ti prego, davvero sul serio ti prego.
- Smettila.
Passarono sotto al recinto bianco a velocità sostenuta. Il vento soffiava tra
i pini. Dal finestrino entrò di colpo un freddo intenso.
Avevo un ragazzo anch'io, bello, con le braccia muscolose, la pelle dolce,
mi amava. E' morto prima lui e io l'ho seguito per amore ma non l'ho ritrovato
qui. C'è solo buio, freddo, e il vento che sibila, lande sconfinate senza luna
né sole né mare. Non mi lasciate! Ho bisogno di qualcuno che mi scaldi. Che
cosa farò così sola? Restate con me, restate. Vi amo tutti e due.
- E' lei, Clem, non possiamo andarcene così. Devo lasciarle qualcosa che la
consoli.
Clemente accelerò. Davanti a loro si stendeva la strada sopraelevata che univa
l'isola alla terraferma, luccicante di umidità tra i due bracci di mare. Il
sole splendeva senza riuscire a disperdere il freddo. Lo scintillio delle onde
accecava.
Non andatevene. Non vi piacerebbe rimanere qui per sempre?
Clemente accelerò.
Grazie.
Un'onda più violenta scavalcò l'argine e colpì il parabrezza. Il guidatore del
pullman a due piani che sopraggiungeva in senso inverso sterzò evitando per
un pelo di ribaltarsi, malgrado la strada stretta e viscida. Dopo tutto quel
freddo fuori, l'acqua sembrava quasi tiepida. Lì sul fondo c'era pace, il vento,
almeno, non soffiava più.