PRIMO AMORE
Eulalia la conobbi il giorno in cui compivo sedici anni e quattro
mesi. Devo dire che non mi colpì subito, forse perché era girata di schiena
e dietro non è molto ben piazzata, anzi, ha dei fianchi stretti e un culo a
mela vizza da sottosviluppo avanzato. Però cinque minuti dopo che Maurizio me
l'aveva presentata, nella sala giochi di via Goito, andavamo già d'accordo da
matti, a ogni cosa che dicevo scoppiava a ridere. A me piacciono le ragazze
che sanno apprezzare le mie battute. Poi davanti non è male per niente, quanto
a tette non sta indietro a nessuna, di faccia è proprio carina. Soprattutto
mi piacciono i suoi ricci rossi e le labbra a baciami subito che son matura,
stile Monica Bellucci, non so se avete presente.
Lei allora aveva quasi quindici anni, le mancavano esattamente diciotto giorni
al compleanno. Mi invitò subito alla festa che avrebbe dato nella tavernetta
del suo villino. Sentendo che abitava in un villino, pensai di non aver a che
fare con la solita sfigatona del giro di Maurizio. A vederla non sembrava molto
diversa, tutta felpina zozza e jeans strappati, ma vai a sapere, pensai. Certe
volte le ricche hanno delle mode strane, e bisogna dire che conosco anche delle
sfigate tutte firmatine e ingioiellate, che ti viene subito da pensare che la
danno via per soldi, o se non loro, almeno la mamma o la zia.
Invece. Tre giorni dopo ti incontro Maurizio al monumento della Resistenza,
che è dove ci troviamo sempre al pomeriggio, e mi fa 'Vieni con me dalla Euli,
che le ho promesso di restituirle il diario che le ho preso stamattina a scuola.
Vedessi le cazzate che è riuscita a scrivere! Ma a me piace la sua amica Marcella,
volevo una scusa per andare a trovarle mentre fanno i compiti insieme.'
Così ho avuto per la prima volta il piacere di incontrare la famiglia Cossola.
Cioè, non la famiglia completa, una parte, quella migliore per farsi un'idea
della melma in cui si dibatteva la poveretta. Prima di tutto, il villino era
un cubetto grigio e muffito alla periferia del paese, verso il cimitero, dove
ci sono solo prati abbandonati e fabbrichette di lampadari e pavimenti e accessori
per bagno e mobili finto rustico che fanno vomitare, lo dico sinceramente anche
se mio padre lavora proprio in una di quelle, il Mobilificio Bauchiero, fa consegne
con il camioncino, sposta casse, monta credenze e scaffali, insomma non è un
gran lavoro ma noi quattro ci viviamo, lui, mia mamma casalinga, io e mia sorella
Gessica. Insomma, davanti c'era quello che loro chiamano 'giardino', una striscia
di terreno semincolto, con qualche rosa stitica, un acero giapponese, canne
della pampa, un rampicante che fa dei fiori arancioni e non so come si chiama,
la bicicletta del fratello scemo, una vasca da bagno arrugginita, una fontanina
di pietra e le scarpe sporche di sua mamma.
Per entrare si salgono tre gradini. Nel corridoio tappezzato di tramonti sul
mare e zingare che ridono, sono subito inciampato in un osso di gomma tutto
mordicchiato e viscido di bava del decrepito Melampo, pupilla degli occhi di
sua nonna, di cui dirò dopo. A destra c'era la cucina, umida e puzzolente di
minestra di cavolo, a sinistra un soggiorno che non vale la pena di descrivere.
Per raggiungere le due spitinfiette bisognava salire al piano superiore, e l'ho
fatto volentieri, credetemi pure. La camera di Euli era carina, anche se l'infelice
doveva dividerla con il fratellino scemo di otto anni. Il fratello grande aveva
una stanza tutta per sé, un santuario di poster e stereo dove Eulalia non aveva
diritto di entrata, soprattutto in quel periodo in cui lui stava servendo la
Patria. Insomma, le ragazze ci hanno accolto con una raffica di squittii e risatine.
Marcella a me non è sembrata granché, molto alta e mora, ma se Maurizio ci teneva,
avrà saputo lui il motivo. Eulalia, devo dire, era un amore, con una minigonna
rossa e una camicia a scacchi che le stavano d'incanto. Quello è stato il preciso
momento in cui ho capito che volevo farmela, che gliel'avrei chiesto alla prima
occasione. Da come mi guardava, era chiaro che non mi avrebbe detto no.
Dopo un'oretta di cazzeggio senza sugo ci è venuta fame e siamo scesi in cucina,
dove ho avuto per la prima volta l'impressionante privilegio di mettere gli
occhi sulla nonna Vanna. Centocinquant'anni o giù di lì, baffetti alla Hitler,
barba alla Mikey Rourke, sopracciglia a pensilina e niente capelli. Seduta al
tavolo, sbucciava lenticchie, o farciva piselli, una cosa così. Come siamo entrati,
ha latrato:
"In frigo non c'è niente!"
Euli ha scrollato le spalle, ci ha strizzato l'occhio e ha tirato fuori da qualche
nascondiglio focaccine a pronto forno, mortadella sottovuoto, ciocorì e buondìmotta,
cocacola e monchéri, ha cominciato a tagliare, spalmare, scaldare, spremere
e distribuire. Una merenda da Beverly Hills, ve lo dico io. La rovina berciava:
"Vedrai tua mamma quando torna" senza smettere un attimo di spiumare le sue
mentine.
Noi, seduti attorno al tavolo, masticavamo e inghiottivamo educati come i tre
porcellini in visita da Ezechiele Lupo. Euli ci fa, senza preavviso:
"Adesso la faccio partire. Pronti?"
Noi tre a fare di sì con la testa, tanto la bocca era piena e non potevamo articolare
verbo.
"Allora, nonna, dicci la storia di Franciccio Bisticcio. Etnica" a noi, a parte,
"mia nonna ha un repertorio da fare invidia a un etnologo. E' dei paesi bassi,
come mia mamma."
"Etnologo?" dice Maurizio. "Enologo, vorrai dire?"
"Paesi bassi?" faccio io. "Olandese? In effetti mi sembra esotica. Mai visto
niente di simile a queste latitudini."
"Zitti, scemi" ci ammonisce Eulalia. "Etnologo, cioè studioso di tradizioni
in via di sparizione. Paesi bassi, cioè quella parte di Italia che non ci appartiene
anche se ce la dobbiamo tirare dietro per forza. Sicilia, per intenderci."
Intanto la nonna, gracchiando come un vecchio registratore, si era messa in
moto per davvero. Le mani intrecciate in grembo, le palpebre a più strati calate
sugli occhi azzurro cataratta, aveva cominciato a borbottare e ribollire come
un minestrone di legumi.
"Ecco il discorso sincero e spiccio
che tenne in piazza Franciccio Bisticcio.
Per prima cosa, miei cari paesani,
cosa distingue le donne dai cani?"
Risatina scema di Marcella. Minaccioso agitarsi delle sopracciglia dell'ava.
"Sccc!" di Eulalia.
Adesso sono io che ridacchio, ma mi riprendo subito.
"Prego, paesana bassa."
"Fedele è il cane e la donna tradisce,
quando lo picchi il cane guaisce,
mentre la donna ti rende le botte
e ti tormenta per tutta la notte.
Se scacci il cane lui sempre ritorna,
la donna invece ti mette le corna."
Io, che ho una sorella spaccapalle di femminista arrabbiata e una mamma che
sempre risponde 'maschilista di merda' ogni volta che mio padre chiede se non
è pronto da mangiare, ancora un po' mi strozzo dal ridere con i cipster. Gli
occhi di Marcella fanno sboing sboing minacciando di cadere nel vasetto della
maionese. Maurizio annuisce serissimo, Eulalia è contenta delle reazioni del
pubblico.
"Forza, nonna, ancora un pezzo."
Ma in quel momento arriva Mirko, il fratellino scemo, e la vecchia pazza si
mette in agitazione per preparargli un megapanino di prosciutto sottilette burro
e acciughe, un tazzone di latte e cacao, budino al cioccolato, granturchese
e noccioline. Lo schifosone ingolla tutto con tale velocità che noi restiamo
basiti ad ammirare lo spettacolo repellente. Solo sua sorella non fa una piega.
Molliamo i resti sul tavolo e lasciamo la cucina con i suoi mostri e le sue
puzze.
Io e Maurizio ne abbiamo abbastanza della famiglia Cossola, e prendiamo congedo
dalle due scemette. Torniamo in paese palleggiandoci una lattina di birra per
rilassarci un po'. Se prima Euli mi piaceva, adesso mi sento salire in gola
lo spirito di un cavaliere medievale dalla voglia che ho di salvarla da quel
covo di cottolenghi balenghi mangioni puzzoni e coglioni.
"Povera ragazza" dico.
Ma Maurizio non è tanto impietosito.
"Perché?" chiede, sempre mandando avanti a calcioni la lattina, che fa un bel
rumore sul pavé appena ricuperato dalla giunta progressista. "Che cosa c'è da
compatirla? Ha una famiglia normale, con abbastanza soldi e abbastanza senso
in zucca da sapere come spenderli. Hai visto che frigo? A casa mia non è così
pieno nemmeno la vigilia di Natale."
"Neanche a casa mia se è per quello, anzi, figurati un po' con una mamma macrobiotica
pazza un padre iperteso e una sorella sempre in dieta, fa senso solo aprirlo.
Ma quella puzza di cavolo! Quel mostriciattolo obeso e deficiente! Quella
specie di mummia che spara cazzate a tempo di rap etnico! Mi chiedo come ha
fatto la poverina a venire normale. E non abbiamo visto gli altri Addams."
Maurizio ha alzato le spalle.
"Non ti inviterò mai a casa mia, se no ti impressioni troppo."
Su questo ci siamo lasciati. A cena, non ho toccato nemmeno una cucchiaiata
di zuppa di miso né una forchettata di germi di soia. La mattina dopo avevo
una pustola sul naso e tutta la lingua a pallini.
Da quel giorno, con Euli ho fatto coppia fissa, anche se è passato un po' di
tempo prima che glielo chiedessi, ma neanche un momento perché lei dicesse 'sì
certo'. Andavamo alla stessa scuola a Saluzzo, non nella stessa classe naturalmente,
data la differenza d'età, ma negli intervalli ci avreste potuti trovare lingua
in bocca in ogni angolo di corridoio. I professori all'inizio ci guardavano
con benevolenza, chiedevano 'adesso stai insieme a quella rossa di seconda B?
E' una che studia, almeno lei?', poi a poco a poco hanno cominciato a sbuffare
e fare storie perché arrivavamo in classe in ritardo, io col fiato corto, Euli
col collo tutto a chiazze rosse, che è la spia di quando comincia a incistarsi.
E' finita che sono stati convocati i genitori e così ho avuto il bene di vedere
finalmente papy e mammy Addams nello splendore dei loro vestiti da colloquio
con i prof. Lui grasso e grosso come il Mirko, viola come una melanzana in faccia,
senza un pelo in testa e nove dita stile cotechino. Il medio della sinistra
gli era rimasto sotto una pressa quando lavorava in fabbrica. Schiacciato, doveva
avere le proporzioni di una frittata di otto uova. Mammy, bionda tutta tinta
tranne i baffetti alla Hitler come la sua mammina personale, era magra e isterica
e a chiazze come la figlia, solo che non era incistata ma incazzata nera. Come
avranno fatto quei due a produrre il gioiellino della mia Eulalia lo sa solo
il cielo. Mi sono sentito fiero del mio babbo smilzo con i suoi begli occhialini
da impiegato di banca, che dovrebbe essere il suo preciso mestiere se ci fosse
giustizia a questo mondo, e della mia mamma bianca e rosa per meriti macrobiotici.
Sui vestiti glissiamo da entrambe le parti. All'inizio mamma mia ha provato
a calmare le acque ma ben presto i suoi ingenui interventi hanno finito per
gettare olio sul fuoco.
"Se vi volete davvero bene, ragazzi, è vostro interesse comportarvi da persone
responsabili. Che gusto c'è a baciarsi a scuola tra una lezione e l'altra? Aspettate
il pomeriggio, che avete tutto il tempo."
Strizzatina d'occhio da genitore democratico e complice.
"La mia Eulalia non bacia proprio nessuno, né la mattina né il pomeriggio! Tenga
quel suo depravato maniaco sessuale lontano dalla mia bambina!"
Vene gonfie stile cime da barca nel collo dell'isterica tinta, tremolio inquieto
dei cotechini pronti a colpire alla cieca.
La prof d'italiano di Eulalia, vasta matrona materna e ficcanaso, sorride con
quattro denti d'oro.
"Sei un po' giovane per avere un fidanzato, non credi, Cossola? Per il momento
è meglio se studi, che nell'ultimo tema hai preso tre."
"TRE DI TEMA!"
Così l'isterica, che forse firma con la croce.
"Il mio Gianni ha la media dell'otto in italiano," con sussiego, la macro.
"A casa ti torco il collo" da faccia di melanzana Cossola.
E così via, con interventi del prof di ginnastica che la mette sulla solidarietà
maschile (si scopa la strafiga Mariele Bottini di quinta A, il maiale), della
peppia di religione preoccupata delle conseguenze (quella crede che le ragazze
restano incinte a farsi mettere la lingua in bocca), del preside, passato di
lì per caso ma felice di inzuppare il biscottino nel torbido. Morale: non metterò
mai più piede in casa Cossola, pena una buona legnata a mani nude di papy Addams,
Eulalia consegnata in camera sua fino a quando non si beccherà un sette di tema,
occhi bianchi sul nostro amore innocente e pane e acqua per farmi passare i
brufoli. Il mio babbino caro non ha aperto bocca nemmeno per respirare.
Dopo una settimana tutti si erano dimenticati tutto, tranne io ed Euli naturalmente.
Io facevo merenda da lei tutti i giorni con pane maionese e acciughe, lei continuava
a prendere tre in tutte le materie, il maiale continuava a scoparsi la Mariele
e la vita era bella. La schizzatona della sua ava rappeggiando rappeggiando
mi aveva recitato quasi tutto il discorso di Franciccio Bisticcio. I genitori
Addams non li incontravo mai, dato che entrambi lavoravano diciotto ore al giorno
per pagare le mie merende e comprare altre zingare ridenti e vecchietti ubriachi
da aggiungere alla pinacoteca.
A furia di pomiciate senza sbocco, il collo di Eulalia si era stabilizzato sul
bel tempo si spera. A me andava meglio, perché ogni tanto (diciamo un paio di
volte a pomeriggio) lei mi tirava giù la lampo dei jeans, lo prendeva in mano
e dopo due tre scossette me ne venivo come un geyser. La prof di religione sarebbe
stata contenta di saperlo, che avevo (quasi) abbandonato il vizio solitario.
A giugno, grazie al supertempestivo intervento ministeriale che ha abolito gli
esami di riparazione, Euli è stata segata (data la giovane età non le hanno
tirato su nemmeno il sei meno meno di ginnastica: ha tempo di imparare) e io
promosso (nel mio consiglio di classe è invalsa la linea: dato che ce li siamo
tirati dietro fin qui, facciamo ancora uno sforzo) con sette otto corsi di ricupero
obbligatori a settembre. Morale, io, festeggiato per merito, ho finalmente avuto
l'agognato motorino, lei si è beccata una raffica di sberle e la proibizione
di uscire di casa per tutta l'estate. Pacchia strapacchia, perché chi avrebbe
dovuto sorvegliarla se non la mezza cieca e del tutto rincoglionita nonna Vanna?
Comunque, dopo due giorni i Cossolas si erano dimenticati di avere una figlia,
figuriamoci i suoi esiti scolastici.
Così, liberi, felici e motorizzati, ce ne siamo andati in giro a fare bagni
al fiume, in piscina quando avevamo soldi, a spinellare sotto i pioppi con gli
amici e ingozzarci di pizze e gelati. Il 18 giugno alle ore 16,45, steso un
asciugamano sul letto del Mirko in trasferta coloniale, abbiamo perso contemporaneamente
la verginità, io e la mia Euli dalle tette tonde e il culo piatto (ma carino).
Non sprecherò parole per questo evento. Fu epocale e travolgente, tenero e violento,
inebriante e indimenticabile, ma soprattutto veloce. Comunque, dopo ci furono
innumerevoli occasioni per rifarci, e sul momento una megamerenda faccia a faccia
con la strega canterina ci aiutò a non sprofondare nell'emozione. Ecco le perle
di saggezza rap che quel giorno colarono tra i mustacchi della nonnina:
"Disse Franciccio ai suoi paesani:
statemi attenti, infelici cristiani,
che in ogni casa in cui femmina nasce
ride il demonio in mezzo alle fasce.
Bugiarde, sporche, leggere e vane,
tutte le donne son grandi puttane.
A tredicianni son sante e beate,
un anno dopo son già sverginate.
Padre, fratello, marito o amante,
tutti tradiscono per il contante."
Eulalia e il sottoscritto, la bocca piena di maionese e baci, l'abbiamo guardata
ridendo come matti, ma vi assicuro che non era piacevole né per la vista né
per l'udito. Quella casa mi era sempre più antipatica, però bisogna dire che
per scopare era meglio dei campi di meliga o delle cascine abbandonate che siamo
stati costretti a frequentare dopo il ritorno dalla colonia del fratello scemo.
Quello, malgrado la stagione calda e le vacanze, passava i pomeriggi con i suoi
giochini elettronici e a farsi pippette infantili in camera della povera Euli,
spingendoci a cercare altri rifugi per il nostro fiammeggiante amore giovanile.
Devo ammettere che quello che ci mancò di più, in quel periodo, era il frigo
da rifugio antiatomico di casa Addams.
Venne il torrido agosto e io partii per Final Marina, lei per Entracque, entrambi
con il cuore spezzato e le parti basse in subbuglio. Fortunatamente sia la mia
che la sua famiglia limitavano la trasferta vacanziera a quindici giorni, così
per la festa di San Rocco eravamo di ritorno a Bolzaretto Superiore, vivaci
e abbronzati come tinche in carpione. Le giostre, gli autoscontro, i tendoni
di videogame, i banchetti di hamburger e zucchero filato ci tennero allegri
per tre giorni, poi ci attanagliò la depressione da famiglie in caduta libera.
Rimpiangevamo la scuola, pensate un po'! Quelle cinque ore passate in cattività
assoluta finirono per sembrarci il prototipo della libertà personale.
L'unico membro della famiglia Addams che non avevo mai incontrato, Severino,
tornò in quel periodo dal servizio militare. Nel complesso devo dire che era
l'elemento più sano e normale di tutti. Alto, rosso e brufoloso, si faceva i
fatti suoi limitandosi a proibire l'accesso alla sua stanza e allo stereo.
Improvvisamente, Mr Cossola decise che era ora di prendere in mano le redini
dell'educazione della figlia. Ora, qui ci dev'essere stato lo zampino di quella
vacca della Casalegno, ex prof di francese della mia dolce Eulalia, mezza suora
mezza psicologa mezza calza e spaccapalle a sei zeri, che sta a Bolzaretto ed
è un po' amica della signora Addams, le ho viste qualche volta cianciare insieme
al minimarket della piazza con le loro borse strapiene di quel buon cibo spazzatura
che in tempi più felici nutriva anche me, nelle famose merende in compagnia
di Franciccio Bisticcio e dell'ava demente. Non posso credere che i coniugi
Cossola abbiano saputo concepire un piano così diabolico da soli. Invece di
lasciarla ripetere tranquilla nella nostra amata scuola, piena di angolini freschi
d'estate e caldi d'inverno per scambiarsi coccole, la iscrissero in un istituto
di suore dove la poverina passava l'intera giornata. La mattina prendevamo insieme
la corriera per Saluzzo, e vi assicuro che ci davamo dentro come potevamo, per
sopravvivere alle squallide ore che ci separavano. Ho ancora in bocca il gusto
di caffelatte e kinderferrero della mia Euli, io che facevo colazione con latte
di soia e biscotti integrali. Io ritornavo con la corriera dell'una e un quarto,
e non potevo nemmeno andare a aspettarla all'uscita le volte che avevo lezione
al pomeriggio, perché Severino, che fa il barista a Saluzzo, la portava a casa
lui. Mesi di merda, lo dico sinceramente, e passi ancora settembre che si poteva
andare a scopare nella natura, ma con l'umidità di ottobre anche la nostra forte
tempra di amanti teenager cominciò a vacillare. Raffreddore e maldigola ci stesero
alla seconda domenica pomeriggio passata ad amarci biotti nella legnaia di Maurizio.
Comunque. Ci andava di sfiga, Euli aveva sempre gli occhi rossi per il gran
piangere che faceva nel lager ecclesiastico, a me è tornato il callo da sega,
quella non era proprio più vita. In tutto ciò, i miei genitori non hanno messo
bocca, se ne sono fregati di vedere il loro unico figlio maschio languire e
spegnersi per amore.
Dev'essere stato al cinema parrocchiale, l'unico cinema di Bolzaretto Superiore,
una domenica pomeriggio di novembre triste come un cimitero a Sarajevo, che
c'è venuta per la prima volta l'idea. Non so se a me o a Euli, eravamo così
vicini che distinguere i pensieri era impossibile. Avevamo già beccato un paio
di nocchini da don Armando, sempre all'erta per reprimere lingue in bocca e
mani vaganti. Davano 'Il Re Leone', che vedevo almeno per l'ottava volta tra
cinema pagante e homevideo. Disperati, ci siamo dati appuntamento al cesso,
ma sul più bello, quando le dolci dita di Euli si erano appena avvinghiate al
mio possente membro, una gragnola di pugni sulla porta ci ha risvegliati dal
bel sogno odoroso di piscio. Don Armando, con gli occhi come piattini rotanti
e una spada fiammeggiante in mano stile Antico Testamento, ci ha cacciati tra
le risa e i lazzi della marmaglia invidiosa. Fuori pioveva, nevicava, grandinava,
tirava vento, c'era la nebbia, si gelava e si annegava nella palta. Un tempo
da far venire la depressione a Cristina D'Avena e a Fiorello.
In due avevamo giusto i soldi per farci un hamburger e una birretta in piazza.
Mani nelle mani sulla tavola unta, ci siamo giurati che avremmo fatto qualcosa
per salvare il nostro amore. Così è stato che abbiamo concepito il piano. Abbiamo
anche pensato alle conseguenze, non siamo mica degli sprovveduti.
"Severino è maggiorenne, si prenderà cura di me, e avrà troppo da fare per rompermi
le balle" ha detto la mia rossa del cuore.
"Oppure potresti venire a vivere a casa mia. Mia mamma è matta ma si commuove
facilmente."
"E mangiare tofu e miso e lenticchie e pesce crudo tutti i giorni? No, grazie!"
"Mai mangiato pesce crudo in vita mia."
"No, verrai di nuovo tu a fare merenda con me tutti i pomeriggi. Sei magro e
pallido. Se continui così, finirà che non ti tira più."
"A me? Più facile che cada la torre di Pisa!"
A quel punto sono arrivati Maurizio e Marcella, di nuovo insieme dopo dolorose
vicende stile 'Quando si ama'; perché Marcella, con la sua aria da cattolica
di base, è una grandissima vacca e si è fidanzata tre volte tra maggio e ottobre.
Ci hanno grandiosamente offerto birra e patatine e ci siamo divertiti un mondo
a dire cazzate e spettegolare su amici comuni. Siamo tornati a casa contenti,
con un sacco di idee e progetti da mettere a punto. Prima di addormentarmi ho
telefonato a Euli e dopo qualche mormorio e gorgoglio e sussurro le ho detto:
"Abbi fiducia, baby. Ho già pensato quasi a tutto. Sarà facile come bere un
bicchier d'acqua."
La battuta non era mia, l'avevo sentita in un film, ma il concetto era vero.
Insomma. Abbiamo scelto un sabato, due giorni prima di Natale, perché Severino
ha una morosa a Saluzzo e dorme sempre da lei nel week-end. Beati loro che nessuno
si sogna di mettergli i bastoni tra le ruote. La povera Euli aveva l'influenza,
trentanove di febbre e la caghetta, ma ha fatto la sua parte da bravo soldatino.
Io sono andato in birreria con gli amici, mi sono fatto tre caffè di fila, poi
a mezzanotte sono tornato a casa e mi sono messo a letto, come Cenerentola nel
camino. Per fortuna, da quando Gessica ha le mestruazioni sono stato cacciato
dalla nostra stanzetta di bambini e dormo nel tinello, solo e libero di menarmi
il cazzo senza testimoni. Verso le due, quatto quatto, sono uscito di casa tra
il russare melodioso dei miei vecchi.
Nella sua cuccia sotto le canne della pampa, Melampo riposava sereno e non ha
nemmeno aperto un occhio cisposo al mio passaggio. Euli mi aspettava come d'accordo,
mi ha aperto la porta di casa, mi ha accompagnato in soggiorno, al pianterreno,
dove dorme la nonna per via che le gambe le funzionano male. Non c'è voluto
proprio niente. Le abbiamo messo un cuscino sulla faccia, abbiamo aspettato
un po', e via. Era già più morta che viva prima di morire. Dopo, siamo andati
in camera di Euli, e con il pestello del mortaio di bronzo che sta in cucina
(insieme alle trecce d'aglio e di cipolle, ai festoni di peperoncini e pomodori
secchi, alla bilancia di marmo, ai forchettoni di legno, i quadretti di sughero
e tutte le altre bellezze che la decorano) ho spaccato la testa a Mirko che
se ne stava a fare uno dei suoi sogni erotici di bambino scemo e sporcaccione.
Non ha avuto il tempo nemmeno di fare uno strillo. Euli si è impressionata per
il sangue, ma per fortuna era mezza sbronza di febbre, le è passato subito.
Con i genitori, naturalmente, la cosa è stata più difficile. Per impedire che
uno dei due si svegliasse troppo presto, abbiamo colpito insieme, io Mr Addams
con il mio fido pestello, lei Morticia con un vaso di cristallo comprato a Praga
l'estate di tre anni fa, durante una vacanza in camper che la ragazza del mio
cuore ricorda ancora per quanto si è rotta le palle. Ci sono state delle complicazioni,
qualche urlo e contorcimento, ma nell'insieme ce la siamo cavati egregiamente.
Poi, be', abbiamo fatto uno spuntino veloce con latte e biscotti per tirarci
un po' su, e via a nanna, io nel mio tinello in ordine come l'avevo lasciato,
lei nella camera della nonna al primo piano, dove si era trasferita per via
dell'influenza. Mi è spiaciuto un po' lasciarla lì sola, ma era così stanca
che si è addormentata subito.
La mattina dopo, tutto è andato come previsto. Euli si è svegliata tardi, ha
cominciato a urlare, ha chiamato i vicini, eccetera eccetera. Per qualche giorno
c'è stato un casino della madonna, la povera Eulalia malata più che mai si è
trascinata in letti estranei di vicini e parenti, io le sono stato accanto con
molto affetto, Severino con la faccia severa le ha promesso che avrebbe avuto
cura di lei. Come cazzo poi sia venuto in mente al giudice di attaccarsi a noi,
non lo capirò mai. Eppure avevamo cancellato tutte le impronte e mai, dico mai,
una parola di troppo era sfuggita dalle nostre labbra. Nessuno mi aveva visto
uscire di casa né rientrare. Vai a capire. Io dico che quando la sfiga si attacca,
non c'è niente da fare. Fatto sta che a furia di essere interrogati, separatamente
e insieme, a furia di dover ripetere sempre le stesse cose, di sentirci trattare
da bugiardi e da delinquenti, non ce l'abbiamo fatta più, né lei né io, e abbiamo
finito per sbroccolare tutto. Adesso, insomma, può darsi che ci sentiamo meglio
per aver vuotato il sacco, come dite voi, ma non sono mica tanto convinto. Eravamo
così contenti all'idea di poterci vedere quanto volevamo, di prendere la corriera
insieme e fare merenda insieme, fare l'amore nel letto di Euli senza starci
a preoccupare dello scimunito Mirko, di esserci liberati della rappista maschilista,
delle vene gonfie dell'isterica e dei nove cotechini del padre.
Ci è andata veramente di sfiga. Di sfiga e strasfiga, e mi viene da piangere
se ripenso ai bei tempi, quando le dita leste di Euli mi aprivano le braghe,
quando scopavamo con la bella spensieratezza dei nostri giovani anni, persino
quando rischiavamo la polmonite tutti nudi tra le frasche. Adesso, quando la
vedo più la mia Euli rossa e chiazzata, quando potrò più abbracciarla e baciarla
e fare tutte le belle cose che si possono fare in due? Dite quello che volete,
ma non doveva finire così. Non è giusto, mi pare. Tutti hanno il diritto di
amarsi in santa pace, a qualsiasi età. No, non credo di esagerare un po'.
Ci è solo andata male, ecco tutto.