Recensioni

LEI COLTIVA FIORI BIANCHI

Margherita Giacobino, Leggere Donna, settembre-ottobre 2008

Un romanzo sentimentale, lo definisce l'autrice stessa. Due donne sono protagoniste di tre episodi in cui le loro esistenze s'incontrano e si delineano, diverse e per certi versi contrapposte. Gloria è una sessantenne che vive una vita appartata nella sua casa di campagna al centro di uno spettacolare, magico giardino di fiori bianchi; Beatrice è una giovane aspirante giornalista che va ad intervistare la schiva giardiniera. Tra le due nasce un'amicizia, complice il giardino con i suoi mille profumi e anfratti, e Gloria si lascia andare a svelare il segreto nascosto in mezzo ai fiori candidi: un piccolo roseto chiuso straripante di rose rosse dall'odore intenso e spudorato. La vita di Gloria è come il suo giardino: senza figli né famiglia, vive una solitudine apparentemente casta e astratta come il biancore dei suoi fiori, ma tutto quel bianco è soltanto la maschera che cela e salvaguarda un amore nascosto al mondo, protetto non solo da occhi estranei ma dal tempo che consuma e dalla quotidianità che smussa. È in questa anticonvenzionale segretezza, in questa distanza dai modelli comuni, che Gloria ha trovato il suo equilibrio e la sua libertà.
Quando il suo amante muore, la vita di Gloria rivela in qualche modo la sua tenuità, disancorata com'è da ogni società e legame umano, tutta concentrata su una passione esclusiva e nascosta.
Nel secondo episodio, Gloria è una viaggiatrice arenata, tra incanto e disincanto, in una remota località dell'India, dove sperimenta più che mai il distacco osservando i giovani viaggiatori che passano carichi del fardello più o meno lieve delle loro vite e dei loro entusiasmi, mentre lei si concede una lunga pausa fuori dal tempo, perché «meglio la noia dello straniamento che riprendere a vivere.»
Ben diversa è la scelta di Beatrice, che si sposa e ha un figlio e vive in città, tra la gente, in una Torino fatta di rumori, odori, voci e presenze che diventano familiari, abitudini rassicuranti e gioiose. Beatrice vuole una «vita piena di zavorre affettive e legami infrangibili» per provare a se stessa che esiste, per non scomparire. Come sparisce a volte la gente, quella di cui si parla nei programmi televisivi, sui giornali. Come la donna scomparsa che Beatrice vede, o crede di vedere, a più riprese per le strade di Torino, mistero ambulante e inquietante. La vita felice e piena di Beatrice, ancorata ai sentimenti e ai luoghi comuni, non le impedisce di provare una sottile inquietudine, così come la vita apparentemente insostanziale di Gloria non rappresenta una mancanza di essere, e non le impedisce di continuare ad esistere, dopo la fine del suo amore e del suo viaggio. Gloria si trasferisce in una villetta al mare e Beatrice si rende conto che il mistero e l'ignoto sono ovunque, anche nel rapporto che la unisce al figlio piccolo, emanazione di lei che fatalmente un giorno si allontanerà.
Il discorso, quasi filosofico, che si sviluppa in questa storia ricca di dettagli sensuali, visivi, olfattivi, non è soltanto quello di una scelta sentimentale tra solitudine e coppia, tra amore-passione e amore­quotidianità, tra maternità e non, scelta che per secoli è sembrata compendiare il possibile esito e senso di ogni vita femminile, come se le donne non potessero scegliere che in campo affettivo, come se la loro essenza umana si esaurisse nell'amore e nella famiglia. Nel romanzo di Consolata Lanza la scelta sentimentale sembra sì compendiare ogni possibile scelta femminile, ma va oltre questa dimensione. Quello che qui è in causa, è quell'inquietudine dell'esistere che ci riguarda tutti, quello che della vita ci sfugge, il rapporto misterioso e inverificabile tra le nostre scelte e certezze e gli esiti che la vita ci riserva. Se le rose rosse della passione appaiono a Beatrice «selvagge» e spaventose, e contro di esse invoca la domesticità di tutti i giorni come rimedio all'ansia, all'eccesso, alla mancanza di controllo, una volta realizzato il suo piano di radicamento casalingo si rende tuttavia conto che non basta una felice prosaicità a garantire sicurezza e senso, a fornire risposte e certezze: «I misteri si infiltravano sotto le porte, nelle finestre accostate, attraverso i mille fili e tubature che collegavano la casa con l'esterno. (...) Da qualche parte le risposte c'erano, Bea lo sapeva benissimo. Ma bisognava imparare a vivere anche senza».
Come nel precedente La lametta nel miele (2005) Consolata Lanza conferma la sua vena felice nel cogliere, in storie apparentemente comuni, punti di vista insoliti e rivelatori, atmosfere dense e allo stesso tempo leggere, personaggi che affidano la loro verità a una sincera, sottile anticonvenzionalità capace di sfidare buonismi e preconcetti.

"Il giardino segreto"
Franco Foschi

Nell'alveo di un giardino segreto, debordante dei suoi odori ipnotici, chiuso al mondo e comunque aperto al cielo, si possono vivere le vite più intense e solitarie, lo sprezzante rifiuto della comunicazione, ma anche le più svariate sollecitazioni della passione.
Nel nuovo romanzo di Consolata Lanza la prima delle tre sezioni che lo compongono si svolge tutta, se non fisicamente almeno emotivamente, all'interno di un giardino lussureggiante. Il movente, scrivere un articolo su quel giardino e la sua curatrice da parte di una redattrice di rivista di settore, sembra non potente. Eppure la giovane che si accinge a questo compito appare spaventata, o meglio emozionata, la anziana che deve intervistare ha una fama di solitaria (e la sua villa si chiama La Scontrosa) e musona. Niente di più falso. E da qui si dipanano la storia di un'amicizia e il racconto di una vita estremamente affascinanti. I protagonisti sono appunto la passione, l'incertezza, la vita oscillante tra bellezza e orrore, il giardino. Abbiamo letto tutti i libri di Consolata, amandoli assai, ma per questo abbiamo un trasporto speciale. Consolata ha affinato la sua scrittura in maniera spettacolare, con una precisione e una nitidezza impeccabili, ma soprattutto le invidiamo la clamorosa conoscenza e l'articolazione narrativa perfetta di un'infinità di oggetti, di piante, di minuscole epifanie quotidiane, di emozioni. Consolata ha la capacità di descrizione di uno Zingarelli, con l'appassionata eleganza del migliore dei romanzieri. La storia, come detto in precedenza, procede a sezioni, tre. La seconda e la terza sono dedicate singolarmente alle due donne, rispettivamente prima all'anziana e poi alla giovane, con un passo da racconto singolo. La realtà è che invece il romanzo si compone unitario, forse non alla luce dei semplici atti o della narrazione sequenziale, quanto piuttosto della carica emotiva. Non sono due eroine perfette e indistruttibili le nostre, anzi, si trascinano tra i loro pregi e i loro difetti in maniera del tutto umana, tra esaltazioni e rabbie, tra ottimismo e forti cadute dell'umore. Niente di più normale cioè, eppure eroine, in realtà, lo sono: di un mondo fatto di piccole cose delicate quanto di emozioni travolgenti, di minuscoli sbagli quanto di grandi desideri di vita. Come potremmo farla noi, senza invidiarla.
La terza sezione, dedicata alla giovane Beatrice, si tinge poi di un pallido giallo, con una ficcante ossessione della ragazza per una persona scomparsa. Ma attenzione, il giallo, se c'è, fa parte della vita interiore, e non certo del dipanarsi ossessivo e rigoroso di una trama poliziesca. Ma la sua puntuta stimolazione rende il romanzo ancora più accattivante, più rotondo, più completo. Pur se della vita si apprezza la magia, talvolta cupa e spesso grazieadioochiperlui rosea, del mistero, senza l'obbligatorietà delle soluzioni. Ci piace quindi concludere questo scritto, raccomandando il romanzo assolutamente, con le stesse parole dell'autrice, come omaggio alla sua scrittura e alla sua bravura, alle sue epifanie e al carico emotivo di cui è capace. Ricordando che uno dei suoi protagonisti, defilato ma mai inerte, è la città di Torino.
"Dove dormono, che cosa mangiano, che cosa pensano il bambino venditore di braccialetti portafortuna, l'ubriacone italiano al semaforo, le mille larve che la sera si agitano sugli scaloni dei Murazzi, il vecchio travestito coi suoi trenta cagnolini, le donne scomparse e gli amori svaniti, gli scarafaggi e i gabbiani pendolari che tutte le mattine planano sul Po. La coppia di cigni sotto il ponte e il pescatore in stivaloni sulle rapide. I servitori filippini e i fidanzati infedeli. E dove volano i sacchetti di plastica nelle giornate di vento? Dove vanno a finire le paure e i sogni? Dove corrono i bambini che hanno imparato a camminare?"
Per informazioni su questo libro: www.arpnet.it/cs
Consolata Lanza, "Lei coltiva fiori bianchi", CS libri 2007, 147 pag., 14 euro


LA LAMETTA NEL MIELE

"Storie di non luoghi"
Maria Vittoria Vittori,
L'indice dei libri del mese, ottobre 2005
Sono contrassegnate da un clima particolare, le storie che racconta Consolata Lanza: un clima di fascino allusivo che si sprigiona da quelli che si potrebbero definire i "non luoghi" della vicenda. Già, perché questa scrittrice torinese capace di delineare figure femminili di grande intensità - come l'Irene protagonista del romanzo Irene a mosaico (Avagliano, 2000) e ora la Giovanna e la Freya protagoniste del racconto più bello di questa raccolta - ama stabilire sottili profonde relazioni tra l'interiorità delle sue creature e microcosmi sospesi tra il sogno e la realtà, come quell'accogliente cantina situata al livello del fiume in cui ama rifugiarsi Irene, come quelle anonime ma luminose stanze d'appartamento care a Giovanna, o come quei paesetti che sembrerebbero radicati in una solida e terragna geografia di pianure e campi di meliga, e invece sono come l'isola che non c'è. Un nome per tutti: Bolzaretto Superiore, un paesetto che è già comparso nei due avventurosi racconti di Est di Cipango (Filema 1998) e nell'estrosa trama di Ragazza brutta, ragazza bella (Filema 2000) e che ritorna, nobile miraggio a dispetto della sua dimessa configurazione fonetica, nel primo racconto di questo libro Bona e il partigiano: da lì viene, infatti, il giovane partigiano Demetrio che la solitaria Bona ospita nel suo maniero perduto tra i boschi.
Ma anche gli altri luoghi del racconto che gravitano attorno alla realtà di Torino, come la frazione di Castermà e Pianperduto, sono non luoghi allusivi, a somiglianza di quelli delle favole, dove faticosamente si impara ad aprirsi o riaprirsi alla vita. Così Bona, trentasettenne scampata ai disastri della guerra che non si aspetta più niente dalla vita, per opera di Demetrio, partigiano con la passione per la pittura, vede riaffiorare sotto la tappezzeria dell'austero salone gli affreschi dipinti da uno sconosciuto antenato: affreschi densi di colore, gremiti di figure vivacissime. Parallelamente, in trasparente analogia, riscopre il colore dentro di sé, il dimenticato sapore della condivisione: in una parola, della vita.
Così il paesetto che fa da sfondo all'iniziazione amorosa raccontata in La lametta nel miele non ha neppure bisogno di un nome: perché è un luogo tutto interiore, finalizzato a risarcire dello strazio della guerra il protagonista, con il suo clima protetto e come sospeso, con un amore tutto da scoprire, con la fragranza del pane, garanzia di quotidianità.
Perfino nella storia più realistica del libro, Freya, che è ambientata a Roma, si assiste a un radicale processo di riscrittura della città: vengono consapevolmente elusi i suoi tratti più noti per delineare una mappa tutta interna e segreta, affidata all'impercettibile trama dei sampietrini più che al clamore dei monumenti, ai particolari di giardini e balconi - belli ma anonimi - piuttosto che alla riconoscibilità di piazze e quartieri. Inaspettatamente la convulsa Roma dei nostri giorni si trasforma in un luogo simile alla radura delle favole dove più volte, per caso o per volontà, s'intrecciano i tragitti di Giovanna, che in conseguenza di un trauma giovanile ha fatto il vuoto dentro di sé, e Freya, donna capace di abitare contemporaneamente in mille luoghi e di riempirli della sua fame di emozioni, fine a farli straripare. Va da sé che in questo complesso e contrastante gioco di relazioni è Giovanna quella destinata al cambiamento, perché la fame di vita e di emozioni è contagiosa: quella stanzetta spoglia e asettica che è la sua interiorità si riempirà prima di fastidio e d'insofferenza, ma poi anche di emozioni, di slanci, di quel tepore frutto di quotidiana convivenza che è capace di cogliere a tradimento anche le persone più diffidenti.
Così Giovanna, che nel suo non luogo interiore ha dormito per lunghi anni di un sonno tenace e profondo, sordo a ogni richiamo del mondo - l'amore, la violenza, le passioni, il fragore delle guerre - si ridesta alla vita: ma nel pieno rispetto di una favola contemporanea, l'autrice non garantisce il lieto fine.



"Regola violata"
Silvia Treves , LN - LibriNuovi, estate 2005
Sapiente miscela di quotidianità e fantastico, "cattiveria" stimolante, evocazione di lontananze favolose. Queste sono le peculiarità di Consolata Lanza che mi sono più congeniali. Così credevo aprendo, con un po' di diffidenza, La lametta nel miele. I tre racconti di questa nuova raccolta - già lo sapevo - sono di ispirazione "realistica", quindi niente atmosfere fantastiche che scivolano sornione tra una cena consumata in cucina e un giro al mercato sotto casa, niente "altrove" fiabeschi che illuminano per contrasto la quotidianità. Mi attendevo poche sorprese, insomma, ma sbagliavo. Avevo già letto Bona e il partigiano, ma l'ho riscoperto molto più sfaccettato di quanto ricordassi: ho letto gli altri due racconti d'un fiato, sospinta dalla forte risonanza tra i protagonisti che, al di là delle differenze di sesso e di età, potrebbero essere la medesima persona fotografata in tre momenti della vita: Filippo, che nella maturità si ricorda ventenne alle prese con la prima storia d'amore adulta, Bona quasi quarantenne che si è isolata dal mondo per non soffrire e Giovanna ultracinquantenne che scopre di non avere mai vissuto.
Tre persone costrette a guardare finalmente in faccia la loro incapacità di lasciarsi andare alla vita. Tre afasici emotivi, tre affetti da sordità empatica. Pur somigliandosi, i tre vivono tre storie differenti sullo sfondo della Storia: gli anni della guerra partigiana, il primo boom economico italiano negli anni Sessanta, con tutte le sue promesse di rapido cambiamento, e un adesso che affonda le radici negli anni Settanta, gli anni di piombo. Affrontano quindi la scoperta della propria povertà emotiva ognuno a modo loro. Bona reagisce con armi in un certo senso antiche, accettando con riluttanza la solidarietà della piccola comunità di anziani nella quale ha scelto di vivere e, forse, la possibilità di esplorare una fisicità troppo trascurata.
Filippo, il protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta è, forse, il personaggio più drammatico: insieme artefice e vittima della propria esistenza, avrebbe potuto, compiendo scelte soltanto lievemente differenti, trovarsi al posto dell'altro - il coetaneo che, restando, si guadagna la serenità che Filippo ha rifiutato.
Giovanna, la protagonista di Freya, è una grande scommessa letteraria: "Occhi opachi. Pelle opaca. Capelli opachi. Neanche l'ombra di un sorriso, fronte liscia e niente rughe d'espressione. Labbra quasi inesistenti. Una faccia senza storia, chiusa come una saracinesca. La faccia di una che aveva scelto di non vivere" dice di sé, guardandosi allo specchio. Cauta, avara di affetti, Giovanna è poco simpatica e pericolosa: proprio come una formica spaventata ha imparato a vivere con poco, ma fare a meno di quasi tutto, ma saprà difendere furiosamente le briciole offerte da Freya, la ragazza avventata piombata nella sua vita e che lei non sa, anzi non vuole, mandare via. Donna difficile e quasi predestinata a scelte estreme, Giovanna, senza il tocco lieve dell'autrice, sarebbe stato un personaggio poco credibile. Invece Consolata Lanza è riuscita a far scivolare quel destino e quelle scelte in una vita qualsiasi, smorzata, ridotta al lumicino, rendendoli autentici, necessari, inevitabili.
La lametta nel miele rivela un altro tema forte della scrittura di Consolata Lanza, che esisteva fin dai tempi di Bona ed è giunto in questi anni a piena maturazione (vedi anche La casa di vetro, in Fantasmi… 24 racconti per Fata Morgana 8, CS Libri, 2004) lo straniamento, la difficoltà di vivere, di mettersi in consonanza con il fluire del tempo e delle emozioni, di imparare a tollerare gli altri e i loro sentimenti, di accettarsi e sapersi perdonare.


"La lametta nel miele"
Giuse Lazzari,
Varieventuali, 8/6/2005
Il libro di Consolata Lanza, La lametta nel miele, ed. Filema, di cui oggi vi parlo, è composto di tre racconti, Bona e il partigiano, La lametta nel miele che dà il titolo alla raccolta e Freya: tre storie di donne che parlano di amore, amicizia, dolore e serenità.
Ho conosciuto Consolata Lanza quando, nel 1997, vinse a Milano il premio Attanasio con Per amore di un topo, una storia che me la rivelò scrittrice capace di entrare con facilità in una dimensione fantastica, in atmosfere alla Julio Cortazar, in vortici di ambigue e inquietanti simmetrie. L'ho conosciuta come scrittrice di racconti e, secondo me, è proprio il passo del racconto quello che le si adatta di più, pur avendo scritto, Consolata, anche due romanzi.
Scrivere un buon racconto non è facile perché il suo equilibrio si situa sempre tra immaginazione fantastica e rigore costruttivo. Il valore di una storia breve, infatti, è legato alla capacità dell'Autore di usare con mano decisa gli artifizi della narrazione, prima di tutto l'attacco, poi il finale, che deve concludersi in conformità al suo significato più profondo e deve essere studiato in modo tale che il lampo e il tuono, per così dire, quasi coincidano, data la brevità della traiettoria. Ma dopo l'inizio, la presa sul soggetto deve essere molto ferma perché lo scrittore di racconti è più vincolato dello scrittore di romanzi dal fatto di rendere reale l'avventura in se stessa.
Di molte di questa capacità è dotata, secondo me, Consolata Lanza. Ma per tornare al libro La lametta nel miele, il primo dei racconti, Bona e il partigiano, parla della complicità tra un giovane partigiano ferito e una donna, costretta a nasconderlo negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, il terzo, Freya, è la storia di un incontro tra due donne quanto mai diverse e della loro ricerca della felicità. Il secondo, invece, è il racconto di un innamoramento, dapprima vago e incorporeo, poi trasformato in un'ossessione carnale. Ed è quello che mi è piaciuto di più. E' la storia di un amore in cui "non c'era tempo per esplorarsi nel cuore oltre che nel corpo", tra una giovane vedova, madre di due bambine, e un ragazzo diciottenne "quasi vergine, pieno di buoni sentimenti, ingenuo, provinciale e molto serio". E' una storia di formazione in un momento in cui il ragazzo "era convinto che i libri fossero una cosa e la realtà un'altra, tutta diversa. Gli anni in cui il racconto si svolge sono i primi '50 ma, con un lampo retrospettivo, Consolata illumina anche quelli della guerra. L'infanzia del protagonista, il rapporto con la nonna, affettuosamente velato di pietà, lo svelamento delle pieghe dell'essere e della realtà quotidiana, il desiderio del ragazzo di "azzannare la vita o farsene azzannare" devono la loro vitalità alla capacità, da parte dell'Autrice, di una forte resa drammatica.


"Lacrime di donne tra amore e guerra"
Ernesto Papasso,
La Repubblica - Napoli, 28/5/2005
Quello che le donne non dicono. Consolata Lanza, vincitrice nel '96 del Premio "Nuove Scrittrici", è al suo sesto lavoro editoriale. Nel suo nuovo libro racconta tre vicende al femminile. La storia d'amore tra una giovane donna e un partigiano alla fine della guerra. L'educazione sentimentale del giovane universitario Filippo per la più matura Clara. In Freya, protagonista è l'amicizia tra due donne, caratterialmente molto diverse. I rimandi del testo sono vari, si va dalla letteratura sulla Resistenza alla Jane Austen di Ragione e sentimento, con uno stile che non trascura la descrizione degli ambienti. Una malinconia di fondo attraversa le troie e i personaggi: "Il pianto di un adulto - scrive l'autrice - fa venire voglia di scappare per sfuggire al contagio e dimenticarsi subito che esistono lacrime adulte".



IRENE A MOSAICO

"La luce che avvolge Irene"
Maria Vittoria Vittori, Leggendaria, aprile 2001
Questa è una storia di una donna e delle sue case: delle case che ha abitato e delle case che ha sognato. Ed è, soprattutto, Irene a mosaico, una storia che rivela definitivamente un talento. Il talento di Consolata Lanza, insegnante torinese che ha pubblicato diversi libri, tra i quali voglio ricordare almeno Ragazza brutta, ragazza bella, una storia ad alto coefficiente di movimento e di energia comica, ambientata in quella Torino a lei tanto cara, con scenari realistici o addirittura iperrealistici toccati e stravolti da una fantasia davvero scatenata. Sindaci di paese e virago metropolitane, exbruttone redente dall'amore e bellissime "graffitare" in crisi d'ispirazione, custodi di museo fintocentenari e quadri parlanti, diurne massaie e creature della notte intrecciano i loro disomogenei destini in una trama di situazioni imprevedibili quanto esilaranti.
In Irene a mosaico i coloratissimi fuochi d'artificio della storia precedente si sono spenti, ma la luce che è rimasta è quanto di più inquietante e attraente si possa immaginare: è quella luce trasfigurata della realtà che nel ricordo assume le sfumature del sogno o di quei sogni che possiedono il colore della realtà. A guardarla dall'esterno, la bella avvocatessa che risponde al nome di Irene Rossi, è una donna di successo: ha competenza e grinta nel suo lavoro; ha, dopo diversi partners deludenti, un compagno discretamente affidabile; ha una bella casa in collina, un rustico da ristrutturare vicino al mare, piacevoli progetti per il futuro.
Ma ad entrare nella sua interiorità, come ci invita a fare l'autrice, si scopre che l'ordinato e luminoso appartamento munito di ogni comfort che sembra la sua attuale residenza cela stanzette appartate e cantine odorose di muffa e di segreti, luoghi difficilmente accessibili, protetti da usci ben chiusi che si socchiudono solo nelle fantasie e nei sogni.
La scoperta più suggestiva consiste proprio nell'accorgersi che alla geografia dei luoghi corrisponde una geografia interna, che alle case abitate realmente da Irene nella sua vita si sovrappongono, o si oppongono, le case di ricordi, dei sogni, delle immaginazioni. Quella vecchia casa di Torino, con le sue viscere vicine all'inquieto e oscuro flusso del fiume, con la sua cantina pulita e accogliente e quella stanza dalla porticina rossa che racchiude un segreto inespugnabile lascia un'emozione profonda nei lettori. Così come risultano difficilmente dimenticabili, in virtù di una scrittura straordinariamente intensa, quei pergolati di glicine che fioriscono in ogni casa amata da Irene - la casa di Rob a Lisbona, la casa di Carlito in un'isola greca, la sua casa sulle colline torinesi - e quell'inquietante fuga di stanze che si materializza all'improvviso nella rassicurante casa di campagna dell'infanzia, vero e proprio labirinto in cui Irene finirà per perdersi.
E non solo le case di viventi, nella loro infinita varietà, attraggono Irene, ma anche le dimore dei morti, come il piccolo cimitero portoghese fitto di casette "con tendine ricamate, piccoli balconi civettuoli, azulejos, comignoli e portici", il cimitero greco sul promontorio che chiude il porto, librato nella luminosità dell'aria e dell'acqua. Forse è soltanto lì quella serenità che Irene affannosamente ricerca e di cui trova l'inaspettato sapore, in quei rari momenti di armonia con se stessa, quando sonnecchia in terrazza tra il profumo del glicine, quando, di ritorno dal lavoro, si prepara un'insalata e pregusta il piccolo grande piacere di perdersi nella lettura.
Cosicché non sembra una nota stonata l'incidente di percorso che mette fine alla vita di Irene. Per lei non ci saranno quei lenzuolini bianchi, ricamati e stirati di fresco che ricoprivano le bare nelle casette portoghesi. Appena, come epitaffio, una manciata di frasi di circostanza, venate di distrazione, da parte di qualche amica e degli uomini che l'hanno amata.


Geraldina Colotti, Alias, suppl. settimanale a il manifesto, 17/2/01
Sul terrazzo illuminato dal sole mattutino di una primavera precoce, Irene sorseggia il caffè, tormentata da api e calabroni. Una volta - pensa - era così anche con gli uomini: "ce n'era sempre uno nuovo che arrivava, insistente, ronzante". Ma ora che l'angolo degli occhiali da sole riflette "due ventaglietti di rughe", non è più tempo di conquista e attesa… E' l'incipit di un romanzo a "mosaico", carnale e malinconico, modulato nei colori del ricordo e del rimpianto, dell'attimo di felicità agognata, inseguita e perduta. Il romanzo di una vita - quella di Irene: avvocata, single, tenace e smarrita - declinato per immagini intense e fugaci, che si riavvolgono come una pellicola in un ultimo guizzo verso la fine.


"Irene, un mosaico di sentimenti veri"
Angelo Caroli, Il giornale, 13/2/2001

Una donna, Irene, e un caleidoscopio attorno, moltitudine di tessere colorate, soprattutto quelle senza anima. Immagini del passato e del presente si scompongono e ricompongono in un gioco mai placato. Talvolta sono quiete, tal altra incubo molesto. Così Consolata Lanza costruisce il "mosaico", dove la ricerca dell'amore è vitale e non ingordigia scomposta, piuttosto un'aspirazione che è forse figlia di irrequietezza spirituale. Irene sembra vivere il presente scagliando verso il domani solo illusorie e rare proiezioni, il suo è quasi un futuro senza progetti. Piuttosto si appella a ciò che è stato, lo perlustra con ritorni a persone e luoghi a lei cari, Torino, Avigliana, Oropa, e alle sortite in Portogallo e in Grecia, siti contrassegnati da presenze maschili che però sfumano, quasi impalpabili perfino in un letto. I posti dove freme l'insoddisfatta ricerca della protagonista, sono invece fotografati da Consolata Lanza con una percezione speciale e una rovente capacità descrittiva. Infatti atmosfere e paesaggi, bauli e soffitte, cantine e salotti, viali e cunicoli sono raffigurati con misura quasi maniacale. E diventano tatuaggi nella sua memoria assetata.
Il mare, come i sogni e le metafore, ha una collocazione privilegiata. Si ha la sensazione che ogni rivolo dell'esistenza di Irene, in cui si confondono fotogrammi di ieri e di oggi, debba per forza defluire fino ad abbeverarsi al sapore salmastro di un litorale. Ci appare talvolta un percorso fuori dal tempo, invece Irene non si disincaglia mai dalla realtà e chiede a ciò che la circonda di farsi riconoscere e conoscere. E vi si modella, pur con ossessioni costanti e malinconiche.


Cristina Lanfranco, L'indice dei libri del mese, aprile 2001
L'Irene raccontata da Consolata Lanza è una donna non più giovanissima, avvocato che molto ha dato al lavoro e alla carriera, sola senza dolore, affezionata abitante d'una casa che le assomiglia negli arredi scelti con gusto e nella ricerca delle piccole comodità. Parrebbe un quieto ritratto di una single come tante che abitano nelle nostre città, ma l'autrice ha scelto una via meno usuale per disegnare la sua Irene. Infatti ce ne propone il profilo attraverso un fitto affastellarsi di ricordi d'infanzia, visioni, sogni, tralasciando qualsiasi tentativo di costruire una vicenda. Sfilano alcuni antichi amori, amiche perfide o tenere, vecchie parenti che conobbero Irene bambina divertendosi a spaventarla con storie di fantasmi e presenze misteriose, fidanzati più o meno di passaggio. Irene si muove in questo composito insieme con curiosità, incontra uomini che poi si allontanano, passeggia per le vie di una domestica e riconoscibilissima Torino, e si lascia andare a ossessioni che confondono continuamente il piano della realtà e quello della fantasia: uccide (o forse no…) un amico a pistolettate dopo averlo invitato a cena, si smarrisce in una casa abbandonata le cui stanze si moltiplicano e mutano aspetto, fugge da un appartamento che evidentemente non gradisce la sua presenza di inquilina e la respinge facendo crescere lussureggianti piante che ingoiano e ricoprono ogni cosa. (…)


RAGAZZA BRUTTA, RAGAZZA BELLA


Anna Andreoni, LN - LibriNuovi, inverno 2000

(…) Ma chi l'ha detto che Torino è grigia e immobile? Chi l'ha detto che è quieta e che dorme? La Torino del romanzo è una città immaginata e magica - ma vera - abitata da individui bizzarri, dove è possibile vivere strane avventure, quasi tutte a lieto fine.
Il Libro non ci racconta una storia ma più storie o meglio tanti personaggi straordinari che respirano, parlano, ballano, mangiano, sudano, gemono, cantano, fanno l'amore. Sono loro che costruiscono il gioco: bisogna lasciarli fare, e seguirli; allora ci conducono in un mondo dove la vita si allarga e si colora di una dimensione fantastica, che pulsa calda come il sangue che scorre dentro al corpo, con la stessa forza vitale e la stessa incredibile poesia.
Samantha, fra tutti quanti, è quella che più mi ha preso il cuore: una pittrice di muri, gira di notte per le strade e disegna superbi affreschi su facciate di case e palazzi, e arcate di ponti, in vicoli e piazze. Con l'intuito magico degli artisti, inventa con le sue bombolette spray il futuro che arriva, le feste che ci saranno, le facce della gente, i pensieri, i sospiri, le battaglie quotidiane: Temporale estivo nel parcheggio dell'Ikea, Retata ai Murazzi in una domenica di giugno, Overdose sotto i portici di via Po, Passeggio in via Roma una domenica di saldi, solo per ricordare alcuni titoli (mi piacciono così tanto che vorrei poterli citare tutti). Sono opere splendide e preziose anche perché durano poco: i solerti addetti alla pulizia municipale puntualmente cancellano con il grigio i suoi murales.
E gli altri personaggi: una carrellata variopinta e surreale di donne e uomini che hanno e comunicano una gran voglia di vivere: Vana Gloria con I Danzatori della Notte, un gruppo strampalato e coraggioso che balla la città (Alba alla Falchera Nuova uno dei loro pezzi migliori); Désirée, la bellissima prostituta nigeriana; I Custodi del Museo; Maso Sadomaso; Rossella e Denis, i proprietari della discoteca Ananconda Anoressica, con i loro quattro gemelli. Poi c'è Bolzaretto Superiore, il mitico paesino di campagna inventato e così vero che più vero non si può, dove i personaggi torinesi del romanzo, si trovano - per piacere o per forza - a trascorrere una vacanza in estate, nella cascina dello zio Rolando, contadino che gioca in borsa; lì si possono conoscere il parroco, il sindaco, Evaristo e il suo bar e diversi altri abitanti: Tutti simpatici.
Perché è questo che mi è successo: alla fine del romanzo mi sono sentita come se ciascuno di loro fosse diventato amico mio e con allegra ironia, mi avesse sussurrato: "dai, prova anche tu, vivi più leggera, ridi, scopa, mangia e balla… farlo è più semplice di quanto pensi". E' un romanzo molto divertente.
Il secondo libro, Irene a mosaico, è tutta un'altra storia.
Emozioni e immagini della vita di una donna raccontate come se fossero pezzetti colorati di un mosaico da comporre. Alla fine Irene esce fuori perfettamente, una persona in carne e ossa che si muove e cammina, ma vista da dentro; sono le sue sensazioni e i suoi pensieri alla costante ricerca della felicità che costruiscono il filo del romanzo.
Non so se riesco a spiegarmi bene: è come dire che attraverso il racconto di un viaggio - le città incontrate, le persone conosciute, gli errori di percorso, i ritorni e le partenze, gli amori - poco alla volta si arriva a conoscere bene la viaggiatrice.
La scritture dell'autrice è morbida e intensa, leggere la storia proprio per questo diventa un vero piacere. Il linguaggio racchiude la potenza magica dei sogni e insieme la nostalgie terribile e dolcissima dei ricordi e gli aghi dolorosi della solitudine; e ancora, evoca il calore della terra che respira in primavera, l'odore dell'aria gelata dell'inverno, il piacere del sole sulla pelle. Mette voglia di mangiare, di viaggiare, di fare l'amore, di dormire, di godere la vita senza perderne una goccia. E quello che pare incredibile è che non c'è alcun passaggio consolatorio, nessun lieto finale, niente che ci risolva i dubbi: "solo" la vita di Irene e la sua caparbia e incontenibile voglia di stare bene. Forse è proprio questo che fa funzionare così bene il romanzo.


Geraldina Colotti, Alias, suppl. settimanale a il manifesto, 27/5/2000
Si chiama Désirée la bellissima prostituta nigeriana al centro di questo romanzo surreal-picaresco che si sposta, con la sua giostra di personaggi "a margine", tra una Torino underground e un fantastico paesino di campagna brulicante e dionisiaco. Due bande di danzatori, al seguito della nerboruta Maso Sadomaso e dell'eterea Vana Gloria, si contendono la scena in cui prosperano gli amori dei Custodi del Museo, dei proprietari della discoteca Anaconda Anoressica e quelli di una famiglia di cinesi capeggiata da una bimbetta terribile. Su tutto, le pennellate della bionda Samantha, artista di strada capace di "creare" gli eventi. E quella di una scrittura fresca a scudisciante, un po' à la Pennac che, ballando tra pannocchie e "graffioni", graffiti e sculture, nomi buffi e aggettivi, riesce quasi sempre a tenere la pista.


Claudia Manselli, Inedito, dicembre 2000
La traccia
Divertenti, surreali, incredibili, tra una Torino felicemente multietnica e un paesino inesistente più vero del vero, si dipanano le avventure di un gruppo di personaggi straordinari. Così la realtà si trasforma a ogni pagina, disegnando un mondo immaginario, ma non troppo.
Perché aprirlo
Per il piacere di sognare e vedere così i palmizi a Torino.
Perché lasciarlo chiuso
Il romanzo è divertimento al vetriolo, vietato a chi abbia paura ad uscire la sera, a chi creda che gli extra-comunitari farebbero meglio a restare tutti a casa propria ecc. ecc...


Federica Riccio, Leggere Donna, gennaio-febbraio 2002
Ragazza brutta, ragazza bella è un romanzo a puntate in cui si intrecciano le vite, i trionfi, le gelosie, gli amori di personaggi incredibili. Un divertentissimo e allegro caleidoscopio di luoghi, situazioni, e creature quasi fiabesche che si muovono in una Torino multietnica e un po' underground.
In una realtà metropolitana, dipinta dei colori più vivaci e luminosi, circondata da un immenso giardino cosparso di corolle bianche e arancioni, cespugli di ribes e lamponi, sfila uno stravagante carrozzone, ricco di personaggi surreali e fantasiosi, che vivono la città attraverso la danza e la pittura.
Rossella è la ragazza brutta che viene inghiottita da questa straordinaria, nuova, realtà, fatta di mondi esotici e quadri che prendono vita e che la trasformano nella ragazza bella.
Samantha con l'h, è pittrice metropolitana, che dipinge sui muri della città opere destinate ad una vita effimera. Sul suo cammino incontrerà Vasino il barbone filosofo che magicamente le comparirà dinanzi in un lucido smoking bianco: "Dove siamo?" "Non posso dirtelo esattamente. C'è un po' di Budapest, un po' di un paesino abruzzese che ho visitato nel 1939, qualche aspetto di Buenos Aires dove ho vissuto quindici anni, uno spruzzo di Portofino, un sospetto di Copenaghen, due grammi di Cartagena, lapilli di Pompei, aria di Vienna, ceneri di New York, soffi di Adelaide…"
Poi c'è Isidoro, suo marito, Primo Custode del Museo che dichiara di avere centouno anni, ma in realtà ne ha solo trentanove.
Un'atmosfera felliniana accompagna le acrobazie dei danzatori della notte., ballerini metropolitano guidati dalla conturbante Vana Gloria, che ha i capelli viola cotonati a punte.
I ritmi di questa Torino alternativa sono scanditi dalle musiche del DJ Rosolino, marito di Vana Gloria. I due partono alla volta di Bolzaretto ospiti di Rolando, il contadino che gioca in borsa e della sua splendida fidanzata Désirée, la prostituta nigeriana, per mettere in scena uno spettacolo di danza.
Poi è la volta di Salvo e Loredana, i proprietari della super discoteca Anaconda Anoressica, addobbata con serpenti fluorescenti, un bancone a forma di isoletta sabbiosa e un pavimento ad onde azzurre.
Il sindaco è un ometto mingherlino, facile alla commozione, che piange ogni qual volta celebri un matrimonio. La donna della sua vita? E' la bizzarra Maso Sadomaso, muscolosa e col cranio lucido come quello di un neonato, che abita in un mulino e mangia croissant farciti con marmellata di castagne, prosciutto e cipolline sottaceto.
Questo è il magico mondo creato dalla penna di Consolata Lanza. Una scrittura che fa sognare e immaginare la vita come un vortice di sensazioni, emozioni, stranezze e comicità. La bacchetta magica della scrittrice trascina in una realtà fantastica, dove scorrono un'infinità di colori, un mondo incredibile che si assapora con tutti i sensi. Una scrittura ricca, vibrante, emozionante come "una luna enorme, gialla, quasi immateriale che galleggia in un cielo blu pervinca".


EST DI CIPANGO


Anna Andreoni, LN - LibriNuovi, autunno 1998

Il viaggio, una terra lontana da raggiungere, i sogni che decidono la partenza, l'ansia gioiosa e dolorosa insieme che accompagna il cammino, la meta che comunque non si raggiunge perché la sostanza della scelta è il viaggiare. La delusione a cui non ci si può sottrarre.
Il bellissimo libro di Consolata Lanza ci racconta questo e lo fa con la sorprendente ricchezza di immagini calde e vere di cui mi ero già innamorata ne Il gioco della masca. Il romanzo è costruito su tre storie: quella di Amedeo, il nobile - deluso e ferito nelle idee e nell'amore - che parte alla ricerca di un'isola lontanissima e misteriosa, dai colori fantastici e dai profumi inebrianti, di cui non conosce il nome ma che sogna da quando, fanciullo, l'ha incontrata nei libri del vecchio pare; quella di Chiaffredo, il figlio di contadini che abbandona il seminario a cui è stato destinato per sfuggire alla fame e si imbarca su una nave verso terre sconosciute approdando in India, dove, attraverso incredibili avventure, costruisce per sé un destino straordinario e terribile, molto diverso dalla faticosa ma quieta esistenza che avrebbe vissuto a Bolzaretto Superiore; e infine la storia di Maria, la giovane donna di cui si innamora l'uomo sbagliato e che a sua volta si innamora dell'uomo sbagliato e che insegue invano la sua idea d'amore oltre il mare, in un angolo bianco e assolato di Grecia.
Amedeo è il signorotto di Bolzaretto Superiore - "un paesino del Piemonte perso nella pianura accanto al Po" - e l'innamorata da cui fugge perché non ricambiato, è la bella Maria che sposa Teodoro, un ragazzo greco dalla pelle scura e profumata che non sa come comprendere e soprattutto accettare la sua sfolgorante passione; Chiaffredo salpa con la nave di Amedeo attraverso l'oceano ed è l'unico dei tre "viaggiatori" che ad un certo punto del suo cammino - salvato dall'intervento di San Giuliano - inverte la rotta e prosegue il suo viaggio tornando a Bolzaretto Superiore per dedicare al santo protettore un ex voto nella sua chiesa.
La scrittura della Lanza è magica e intensa. Crudele quanto è necessario non è però mai "fredda"; c'è il distacco necessario alla narrazione ma tutto il calore pulsante della vita, il respiro leggero e salato del mare, la consistenza umida e dolce della terra. Qual è il segreto per raggiungere un equilibrio così efficace? C'è un ritmo "fisico" nel romanzo che trascina come una musica che ci spinge a ballare e alla quale non è facile resistere. La tristezza nelle storie non porta alla conclusione che è inutile viaggiare, semmai, paradossalmente, a quella contraria: non possiamo fare a meno di metterci in viaggio. Ogni altro tipo di considerazione - se sia giusto o sbagliato partire - è fuori luogo e non c'entra affatto con il romanzo. Insomma, che aspettate a leggerlo?


Maria Abbrescia, Informagiovani, marzo-aprile 1999
Dopo Il gioco della masca, bellissimo, Consolata Lanza, scrittrice torinese da non lasciarsi sfuggire, ha dato alle stampe della Filema Edizioni di Napoli Est di Cipango, un trittico di racconti che morbidamente veleggia verso una terra lontana e sconosciuta, che viaggia. I protagonisti dei tre racconti sono compaesani, la stazione di partenza è la stessa: Bolzaretto Superiore, un paese del Piemonte che in Piemonte non si trova. Il Paese da cui si parte. Comunque. Amedeo, il signorotto, lì a Bolzaretto lascia titolo, ideali e amor non corrisposto. Parte alla volta dell'isola senza nome, che da bambino ha incontrato in un libro, cercandovi rifugio e consolazione. La sua storia comincia precisamente il 5 settembre 18**, da qualche parte sull'oceano fuori dallo stretto di Gibilterra, comincia con la prima parola scritta nero su bianco sul diario del suo viaggio. Un viaggio verso lo spettacolo del mare ignoto, verso l'orizzonte libero, verso il sogno. Un viaggio che termina nel momento in cui la scrittura smette di resistere e l'inchiostro stinge.
Il protagonista del secondo racconto è Chiaffredo Baricocola, figlio di contadini, che anziché prendere la strada per il seminario imbocca quella per il mare. Incontra l'India, l'avventura, e un destino imprevisto che lo riporta a Bolzaretto Superiore.
Est di Cipango si chiude con la storia di Maria. Una donna in cerca della libertà di esprimere se stessa e le passioni che la animano. Anche la strada di Maria è fatta di mare, di onde fragorose, che la trasportano in Grecia, in viaggio verso l'amore per un uomo che non l'accoglie, che parla una lingua diversa, che non possiede le parole che aiutano a volare.
La trama dei tre racconti che compongono il libro è tessuta lievemente, le tre storie sono unite da una sottile catenella che Consolata Lanza ha ricamato con il filo delle parole, con la sua scrittura intensa e sensuale.
Leggetela, è irresistibile.


"Afferrati dalla vita"
Rosy Ciardullo, Noi donne, settembre 1998

Est di Cipango di Consolata Lanza, finalista al Premio Assisi 1996, è composto di tre racconti. Leggendo si rimane, per tutto il tempo, di fronte ad una complessa filigrana di significati e elementi. C'è da chiedersi se è l'immaginario carico di sogni che non permette di afferrare la vita o è la vita che non concede le opportunità desiderate. Se è la fuga a tenere a bada le conseguenze di desideri e pulsioni irrinunciabili, o il dolore di non poter rinunciare che spinge lontano da se stessi. La memoria e l'oblio diventano gli inseparabili compagni di vita di questi viandanti della storia. L'autrice è una donna, nei due primi racconti i personaggi narranti sono uomini. Il primo filtra un'esperienza maschile fatta di un sogno d'amore infranto, di aneliti di giustizia e di ansia di cambiamenti, di attese, struggimenti, insoddisfazioni e piaceri incontestati, figli avuti per caso da ragazze offerte dal governatore dell'isola senza nome dove è approdato. Nel secondo racconto, Chiaffredo, col cuore spezzato da un amore impossibile, dato il più alto rango di lei, peraltro, già sposa promessa, vive alla corte del maharajah. Allettato dai rituali di corte e dalla gran quantità di ragazze messe a sua disposizione. I nomi delle ragazze rimangono sconosciuti così come sconosciuto rimane il nome dell'isola su cui è approdato. Nella terza storia, Maria riesce a sposare l'uomo che ama. Un intenso desiderio d'amore tutto da esplorare, immaginato ma mai vissuto, è "tutto quello che aveva sognato" fino ad allora. Ma la sensualità prorompente di Maria non piace al marito. Dei quattro figli avuti in cinque anni, solo Elisabetta sopravvive. Glia altri, "frutti infelici di un amore frustrato", si spengono dopo poco. A Maria, che ha abbandonato tutto per amore, rimane solo l'amarezza e la certezza di un solco che, ogni giorno, diventa sempre più incolmabile.


"All'ombra e alla luce del sole"
Serena Tinari, Noi Donne, luglio-agosto 1997

Le parole corrono veloci nelle dita sapienti di Consolata Lanza, torinese al suo secondo libro. Ne Il gioco della masca tre storie e tre donne, anzi sei. Il primo racconto, che dà il titolo al libro, rispolvera i ritmi e i colori della fiaba popolare per raccontare la storia della masca, donna bambina parente degli elfi e dei folletti, che in pieno fascismo irrompe con la sua vicenda di dolore e morte nella vita di una ragazza di paese. Non vi sveliamo quale sia il gioco della masca, espediente e invenzione troppo bella per essere anticipata. La seconda storia ci porta invece in un mondo da Mille e una notte, dove una ragazza incantevole sposa per povertà un uomo mostruoso: si parla di amore con la maiuscola e anche qui di un gioco, quello della sorte. Nel terzo racconto, quasi un romanzo breve, Lanza emula felicemente tutte le Louise. M. Alcott dei nostri cuori per raccontare l'educazione di tre sorelle, che un padre davvero illuminato vorrebbe "donne nuove", libere e padrone del loro corpo. Sono tutte potenti le donne che vivono nelle pagine di Consolata Lanza, differenti e complesse: dirigono e decidono le loro vite, nell'ombra o alla luce del sole, e inevitabilmente si fanno un po' male. I loro uomini, padri mariti o fratelli, vivono della loro luce riflessa eppure consapevoli e senzienti, perfettamente in linea con il ruolo che questa fine secolo ha assegnato loro. Un libro che si legge di volata, grazie alla mano leggera che rielabora luoghi comuni e icone delle lettere e della fantasia. Attenta alla musica nelle parole, Consolata Lanza ci regala descrizioni da sogno che coinvolgono tutti i sensi, e una visione crudele del mondo e della natura, appena stemperata da un'ironia tagliente soprattutto nei finali, mai scontati.


Gibal, LN - LibriNuovi, primavera 1998
Tre racconti lunghi accomunati da una ponderata, misurata cattiveria. Non malignità, attenzione, proprio cattiveria, quel nobile e vituperato sentimento che vi fa diffidare di emozioni, sentimenti, pensieri, troppo esibiti e gridati. Nel primo dei tre racconti, Il gioco della masca, che dà il titolo alla raccolta, una masca, ovvero un fantasma dispettoso, "…una creatura sul finire dell'infanzia (…) gli occhi così chiari che sembravano fatti d'acqua" avvicina una ragazza, le si confida raccontandole la crudele storia della propria morte, la affascina, la spaventa, le spalanca davanti abissi di orrore che l'altra, semplice contadina, mai avrebbe immaginato. La masca calca i toni, descrive crudeltà, perversioni sessuali, magie nere, odi inestinguibili, indugia su particolari repellenti e sanguinosi, forse per il desiderio di giocare uno scherzo bizzarro alla propria vittima ò forse perché, sola da un'infinità di tempo, anche lei desidera compagnia. L'autrice non scioglie l'ambiguità e con attenzione riesce a cogliere e narrare due passaggi cruciale della vita, quello dall'infanzia all'adolescenza, incarnato dalla masca, e quello dalla giovinezza all'età adulta, nel personaggio di Ghitona, la contadina.
Il secondo racconto, Mezza Anguria, è basato su un tema che può ricordare La Bella e la Bestia, anche se la favola è qui distorta e rovesciata in una vicenda sordida e paradossale. Il deforme Mezza Anguria vive letteralmente grazie all'orrore che suscita, la fanciulla che lui desidera accetterà di unirsi a lui esclusivamente per denaro e, com'è ovvio, non esiste happy ending. Ma l'autrice riesce a evitare sia i patetismi che le tonalità troppo cupe e il suo Mezza Anguria, mostro di provincia, ha tutta la sorprendente complessità di un personaggio che osservi la vita da una posizione estrema.
Discorso non dissimile per il terzo, beffardo, racconto, La veglia della ragione (un evidente sberleffo al Sonno della ragione), apparentemente teso a mostrare il danno che possono fare le buone intenzioni di genitori coscienziosi su fanciulli ignari, in realtà una parabola sull'imprevedibilità delle pulsioni umane.
Consolata Lanza riesce nella faticosa impresa di narrare con modi freddi e cerebrali passioni roventi ed emozioni eccessive: il risultato è una scrittura tersa, rarefatta, esatta, come avrebbe detto Calvino.


Emilia Bersabea Cirillo, ex libris, novembre 1998
"…Anch'essi nascondono nel loro animo un dolore tanto lancinante che lo si può placare solo fuggendo dall'altra parte del mondo?…"
Tre racconti. Tre storie, intrecciate. Tre protagonisti. Un solo destino li accomuna: fuggire dal proprio presente. Per andare dove? La meta è un pretesto, un luogo incerto, un lontano da dove, in cui possano placare o cercare sollievo al dolore lancinante di vivere. Questo, mi sembra in sintesi, il senso del libro di racconti della scrittrice torinese Consolata Lanza, (...) Est di Cipango conferma le particolari qualità di narratrice di Consolata Lanza, del suo fraseggio caravaggesco, delle capacità di costruire una trama complessa, in cui, al pari delle scatole cinesi, una storia contiene un'altra storia, e poi altre ancora.
Nel primo racconto, il protagonista, un nobile piemontese, fortemente deluso dagli ideali napoleonici e dall'amore non corrisposto per la giovane Maria, sorella del suo amico Filippo, decide di imbarcarsi e di cercare, seguendo il resoconto scritto da un missionario, un'isola, di cui non conosce il nome, che si trova "nelle terre a est di Cipango". Il viaggio per nave, che si compie in un'atmosfera sospesa tre il deserto dei Tartari e la conradiana linea d'ombra, sembra non avere mai fine. Il nobile, di cui sapremo il nome solo leggendo il terzo racconto del libro, tiene un diario incerto, sul quale frammenti di passato e aspirazioni al futuro si susseguono.
"Quando avrò scritto tutto, sarà come cancellarli per sempre" scrive a proposito dei suoi ricordi. Il nobile approderà in un'isola dove soggiornerà per molti anni nell'estenuante attesa di un lasciapassare che gli consenta di raggiungere la capitale. Negli anni trascorsi sull'isola, l'uomo, pur chiedendoselo, non riuscirà mai a sapere se quella è la terra a est di Cipango che cercava. Rassegnato e assuefatto a un'esistenza di odori penetranti e tepori silenziosi, dopo molti e molti anni, viene convocato alla capitale. Sarà una partenza senza entusiasmo e soprattutto senza ritorno: la stagione delle piogge sorprenderà la carovana durante il tragitto, trascinandola nel gorgo.
"I miei fogli sono tutti bagnati, l'inchiostro si stinge in macchie confuse. Ancora non ho saputo il nome dell'isola e ormai non c'è tempo per nulla."
Diverso è il destino dei protagonisti dei due racconti: Bolzaretto e ritorno e Storia di Maria. Per loro in qualche modo legati al nobile piemontese per essere stati rispettivamente un uomo dell'equipaggio Chiaffredo e la donna amata Maria, fuggire è tentare di costruirsi un destino, di affrontare fame and fortune.
Chiaffredo "non appena vide quel mare capì che il suo destino stava su quella distesa di luce azzurra e argentea". Via da casa, dal paese, dalla parte di noi protetta e rassicurata. Una vita avventurosa quella di Chiaffredo, intelligente e coraggioso filgio di contadini, che si svolge ininterrotta tra Madras, Calcutta, prigioni, palazzi reali, che si conclude, come nelle vere vite avventurose, con un ritorno nel suo paese d'origine.
Una resa romantica alla propria sorte è la vicenda di Maria, che respinge il nobile Amedeo, perché "si sente una rondine prigioniera in una stanza" per poi andare in moglie ad un greco. Nell'isola di Naxos, Maria appassirà come in confino, "vivevo in quella casa come un'isola nell'isola", tra ansie di fuga e ritorni all'ordine domestico.
"Continuo a stupirmi che ci siano uomini che decidono su due piedi di abbandonare tutto quello che costituisce la loro vita per partire per un viaggio lungo e pericoloso…" fa dire Consolata Lanza al protagonista di Est di Cipango. Non ci può essere nel gioco della vita una via d'uscita. L'unica esistenza è quella che abbiamo e che costruiamo, giorno per giorno. Un solo è il destino. Ma molti sono i futuri. E sta a noi inventarli.


D'AMORE E NO


Ida Piampiani, La scrittura, primavera 1997

Tre racconti ospitano personaggi e storie molto diversi. Bona e il partigiano è ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale. Le montagne selvagge costituiscono lo sfondo che immortala due anime sole e coraggiose che affrontano un'esistenza faticata e sudata in ogni istante ed i cui frutti sono l'effigie dell'impegno. Dorata dei pipistrelli si svolge in un clima fantastico e atemporale. Le eroine sono Alalia (la principessa) e Asa (la serva polacca), che instaurano un rapporto di amicizia e di complicità, uniche armi contro le avversità e le ingiustizie. Gli avvenimenti si susseguono avvolti da un manto nero di pipistrelli, manifestazioni di oscuri presagi. Fiaba d'amor crudele è l'apoteosi di un amore esclusivista, voluto ardentemente, violentemente e poi, ucciso per l'incapacità a sostenere tanta forza, voluttà e passione. Huli e Lila, principe e pastorella, nemesi esistenziali in una realtà contraffatta da un folle sogno.
Il libro racchiude tre rappresentazioni sentimentali: l'affettività concessa in premure inaspettate; la ribellione al peso schiacciante di figure vacue ed infide che anelano a piaceri materiali dalla palese inconsistenza ontologica; amore di agghiacciante disperazione in un epico abbraccio con la morte nell'esilio della rinuncia. Il linguaggio narrativo è scorrevole con articolate proprietà lessicali e ricercatezza descrittiva. Un'opera allegorica dalle immagini originali.