REGINA

Per attraversare il viale con il buio, niente da fare, doveva aspettare che ci fosse qualcuno cui accodarsi. Non che non si fidasse dei semafori, ma preferiva non rischiare da sola. Fin da bambina aveva escogitato questo stratagemma per superare l'ansia delle due vaste carreggiate, la paura di scivolare, inciampare, cadere, sparire nelle ombre solcate dai fari.
Quella sera però non c'era proprio nessuno. Eppure erano le sette e mezza, l'ora in cui tutti rientravano, le finestre degli alti caseggiati si illuminavano a una a una, gli uomini di ritorno dal lavoro si avventavano sul telecomando e le donne apparecchiavano per la cena, i negozi chiudevano con gran sferragliare di serrande, insomma non c'era motivo per cui le strisce pedonali fossero così deserte. Regina Reviglio si appoggiò prima su un piede poi sull'altro, le facevano male i polpacci per via dei mezzi tacchi cui non riusciva a rinunciare. Aspettava già da cinque minuti. Scattò di nuovo il verde, inutilmente. Dal semaforo di fronte si staccarono un paio di ombre frettolose. C'era da fidarsi a incrociarle? Esitò. Faceva freddo, probabilmente si era di nuovo sotto zero.
D'improvviso la superò un ragazzino in corsa con un grande zaino sulle spalle. Regina si gettò dietro di lui, affrettandosi sui piedi gelati, e il semaforo scattò sul rosso mentre era a metà del viale. Per fortuna l'orda di automobili ferma al di là dell'incrocio ci mise un attimo a riprendere fiato e lei arrivò al controviale proprio quando la prima macchina schizzava ciecamente, ottusamente veloce alle sue spalle.
L'ultima parte della traversata non le aveva mai creato problemi. Raggiunse il marciapiedi definitivo, la salvezza, con la disinvoltura che ogni volta la stupiva. Ancora trenta passi poi il portoncino in vetro e alluminio la rassicurò. La prima chiave scattò docile. L'ascensore era al piano. Schiacciò l'otto, annusò infastidita l'aria (la solita del quinto che fumava malgrado il cartello di divieto), uscì sul pianerottolo e aprì la porta di casa. Sollievo. Sicurezza. Rifugio. Accese le luci dell'entrata, poi corse a togliersi le scarpe in bagno. Si lavò le mani a lungo, con cura. Senza spegnere le luci inutili, incurante dello spreco, entrò in cucina. Mentre tirava fuori dal frigorifero il pentolino della minestra premette il tasto del telecomando. Lo spazio si riempì di voci e risate isteriche. Regina riconobbe l'intercalare del suo presentatore preferito. Ma dopo cena spengo, pensò inflessibile. Giusto mezz'ora per rilassarmi e poi lavoro. Voglio lavorare tutta la sera. Ho tanto di quel lavoro! E così poco tempo.
La vecchia macchina da scrivere elettrica sembrava anche lei ansiosa di cominciare. Ma non ti credere, pensò Regina. Il mese prossimo al Megacenter scatta l'offerta promozionale di computer a rate di cento euro mensili, undici rate per portarmi a casa macchina, monitor, tastiera, mouse e stampante tutti in un colpo. Modem, masterizzatore e lettore di cd-rom incorporati. Me l'ha detto Lisa che lavora lì, posso fidarmi. E allora tu te ne vai di corsa nel cassonetto, guarda! Allora sì che scrivere sarà facile, semplice, correggere un piacere, finirò il romanzo in un attimo e potrò cominciare quello nuovo che preme e spinge come una gemma in primavera. Troverò un editore, diventerò famosa - be' forse famosa no, ma conosciuta, riconosciuta, apprezzata e considerata. Se non fosse per il tempo che manca sempre. Si mise a battere sui tasti in fretta, fermandosi solo di tanto in tanto per ingollare un sorso di nescafè decaffeinato. Le venne in mente con fastidio che non aveva controllato la segreteria telefonica. Chi se ne frega, non mi chiama mai nessuno. E il tempo è tanto breve.
Infatti, nello scuro della notte, quando persino il rumore del traffico sembrava sfumare in un fruscio delicato, le sue mani cominciarono a rifiutarsi di rispondere al comando del cervello.
Scivolavano, stridevano sulla plastica. Le dita si incastravano sotto i tasti. Ma si potevano ancora chiamare dita? No, era iniziata la trasformazione.

Gli artigli contratti, gli occhi protesi a forare la notte, le penne frementi di aspettativa nel gelo, Regina rimase per un attimo ferma sul davanzale della finestra del bagno. Poi spiegò le ali e volò nel cielo giallastro della città invernale. Pallidi rettangoli di finestre illuminate ammiccavano sotto di lei. Li ignorò senza sforzo, si diresse verso le discariche in periferia. Lì sì che le prede erano abbondanti, grasse e ingenue. Anche le rive del fiume erano appetitose, ma per un capriccio che non si curò di analizzare quella sera non l'attraevano. Al primo ratto che i suoi occhi acuti individuarono planò silenziosa. Eccoti, ti ho beccato, sei mio, stupido roditore.

Si svegliò come sempre confusa e indolenzita ma piena di forza. Qualche esercizio di ginnastica la rimise a posto. Non aveva fame ma si obbligò a ingoiare uno yogurt, un po' di pane e miele. Il turno al supermercato cominciava a mezzogiorno e terminava alle sette, non c'era tempo di mangiare quasi niente fino a sera. Prima di uscire si preparò ancora una spremuta di quattro arance. Indipendentemente dalla dieta che si segue, le vitamine ci vogliono. Niente come gli agrumi per tenere lontani i raffreddori.
Il lavoro alla cassa era pesante, richiedeva attenzione, ma Regina era tanto abituata che riusciva a seguire due linee parallele di pensiero. Una di superficie per battere i codici delle merci, ritirare i soldi, dare il resto, estrarre i sacchetti di plastica e magari scambiare due parole con i clienti, e una sotterranea in cui rifiniva le vicende dei personaggi del romanzo. Qualche volta persino si arrovellava su una parola mancante, un aggettivo indisciplinato, ma il vero lavoro di cesello, la maniacale cura della frase, quelle appartenevano alle brevi ore della sera. Ormai sapeva che scrivere consiste in due livelli, uno inconscio che costruisce la storia e uno conscio che la trasforma in parole splendenti, precise, miniate. Per questo era contenta del suo lavoro. Non le creava interferenze mentali. Da otto anni sedeva per ore al suo seggiolino girevole e nessuno si era mai lamentato di lei. Era persino riuscita a farsi delle quasi amicizie, come Lisa del Megacenter, che in certi momenti tornavano utili. Più difficile era non farsi travolgere dalla metamorfosi.
Difficile anche, per quanto ci pensasse, ricordare quando era cominciata. Fin da bambina c'erano state notti in cui abbandonava il letto per osservare il modo dall'alto, con una vista che non si fermava davanti al buio, non temeva ostacoli. Ma si confondevano con il sogno. Con la tristezza delle giornate solitarie, a casa della nonna che lavorava dalle otto del mattino alle otto di sera come cameriera. Con la noia dei compiti di scuola, la paura dell'oscurità che si mangiava gli angoli a poco a poco malgrado le lampadine accese. Con il sollievo immenso quando la chiave girava nella toppa e la nonna arrivava carica della spesa, gli occhi affettuosi e preoccupati, una valanga di parole per coprire il silenzio di Regina. Con gli abbracci e le domande, le torte cucinate a tarda sera, i sorrisi e le risate, tutti della nonna. Così era difficile stabilire se quel suo librarsi sopra i tetti, spiare nelle finestre calde di luci e impennarsi verso i campanili, le ciminiere, allora, fosse reale o la fantasia di una bambina triste. Ma c'era stato il momento in cui al sogno si era sostituita la concretezza di quella trasformazione involontaria ma inevitabile che ormai la portava tutte le notti a abbandonare la casa per volare, rapace e feroce, a caccia di un cibo che di giorno le faceva orrore.
Nel supermercato le ore passavano senza riscontro di sole, o pioggia, neve, vento. Le luci elettriche splendevano dall'alba a notte tarda sulle merci. La carnagione degli impiegati, delle cassiere, dei clienti era uniformemente livida. Regina si guardava le mani pallide che danzavano sui tasti senza più sapere se erano vive, se il sangue fluiva sotto quella pelle smorta. Ma quando batteva sui tasti della macchina da scrivere sapeva benissimo che dalla punta delle sue dita fluiva una vita ricca e fertile, più vera della vita. La sua vera vita. Finché le unghie non cominciavano a ispessirsi e allungarsi, le braccia a accorciarsi, le labbra a protendersi in un rostro assassino, gli occhi foravano il nero, il ventre e il dorso prudevano sotto le penne. Allora Regina spiegava le ali d'acciaio e abbandonava l'appartamento caldo al suo silenzio. Via, via, la notte era sua, sua la potenza del volo e del becco ricurvo, dell'oscurità violata, delle lotte sanguinose che nessun altro vedeva. Fino a quando il grigio cominciava a rosicchiare i bordi del cielo e bisognava tornare. Per qualche ora sprofondava nel sonno, poi al risveglio riemergeva in un mondo di rumori amici, fame buona, fretta, voglia di muoversi sull'asfalto. Ma a traversare da sola non ci riusciva mai.

Rientrando in casa ricordò che da tre giorni non controllava la segreteria telefonica. Cinque chiamate.
- Signora Reviglio, sono l'avvocato Autieri, ho bisogno di parlarle urgentemente.
- Signora Reviglio, sono il giudice Rossi Balducci, ho bisogno di parlarle con urgenza.
- Signora Reviglio, sono il giudice Rossi Balducci, sua madre ha ottenuto gli arresti domiciliari a casa sua, abbiamo bisogno della sua disponibilità.
- Signora Reviglio, sono l'avvocato Autieri, per favore mi chiami immediatamente.
- Signora Reviglio, qui è il giudice Rossi Balducci, ho il bisogno urgente di parlare con lei.
Regina cancellò le registrazioni senza neanche togliersi il piumino. No, oh no, di mia madre non voglio sentire neanche il nome. Non c'è posto per lei a casa mia! Figuriamoci, il mese prossimo ci sarà un computer, una stampante fotocopiatrice scanner e fax… Neanche da pensarci. Un letto in più non entrerebbe nemmeno in corridoio. Sorry, la mia vita è già troppo piena. Impossibile.
Due minuti dopo squillò il telefono.
- Signora Reviglio, ha sentito i miei messaggi? Sono l'avvocato Autieri. Finalmente abbiamo ottenuto che sua madre possa godere degli arresti domiciliari, e la Corte ha stabilito che deve stare a casa sua. Non ci sono alternative.
- Quando uscirà?
- Be', la disposizione ha decorrenza immediata, ma se lei ha bisogno di un po' di tempo per organizzarsi…
- No, è tutto pronto. Venga quando vuole.
Madre! Regina non aveva mai avuto una madre. Si poteva forse definire così la faccia sulle fotografie sgranate dei quotidiani, mezza nascosta dietro ai pugni tesi, alle schiene di carabinieri, alle sbarre delle gabbie in tribunale, sotto al bavero del giaccone, alla frangia di capelli neri? O la pallida ragazza invecchiata che si fregava le mani senza sosta nei brevi colloqui a cui l'aveva condotta la nonna un paio di volte, divisa dal mondo da vetri, porte, inferriate, microfoni, silenzi, torvi bronci, baci rapidi come beccate di uccelli? O ancora, la firma in calce a lettere che chiedevano solo, non domandavano mai? No, per Regina quella parola non aveva senso. Sapeva che era malata, che il carcere la stava sputando via come un seme d'anguria, ma non aveva mai pensato che potesse succedere quello che stava succedendo. Sua madre nella sua casa.
Non ricordava nemmeno quando l'aveva vista per l'ultima volta. Né quando era uscita dalla sua vita. La sua infanzia era solo la nonna, la solitudine e la chiave che girava nella toppa troppo tardi per rasserenarla. Per quell'estranea non c'era posto. Non rimaneva libero neanche un buco tra il lavoro, scrivere e volare nel buio.
Preparò un letto di fortuna per sé nell'entrata. La camera da letto, l'unica vera camera dell'appartamento, poteva cederla, ma la macchina da scrivere in cucina non cambiò posto. Addio al computer per il momento. Chissà quanto durava l'offerta promozionale. Ma che cosa succederà al momento della trasformazione? Se in carcere ha preso l'abitudine di addormentarsi presto, forse…
Liberando cassetti e ripiani dell'armadio si accorse che le mani non rispondevano più. Ecco, per stasera il tempo prezioso della scrittura è sparito. Devo andare, la notte mi chiama.

Ma che cosa ci diremo? C'è, al mondo, un argomento comune tra noi?
Giornata fiacca all'ipermercato. Colpa della circolazione a targhe alterne. Regina aveva tutto il tempo per pensare, anche se non era il romanzo a occuparle la testa, e avrebbe preferito cancellare quelle domande ossessive. Non riusciva a immaginare visivamente, fisicamente, la madre tra gli oggetti e gli spazi del suo quotidiano.
- Sei pallida, Regina. Hai le mestruazioni?
Ecco Lisa, indiscreta e così ben disposta verso gli altri da non essersi mai accorta che Regina era diversa, lontana come la luna dalle complicità femminili.
- Passa da me quando hai la pausa pranzo, ti devo contare una cosa bestiale!
Le cose bestiali di Lisa avevano sempre a che fare con Peppino, il suo moroso. Confidenze imbarazzanti e affascinanti per una che non aveva mai praticato nessun tipo di intimità con un uomo. Regina ascoltava senza commentare, immagazzinava dati da rielaborare poi, all'occorrenza, quando scriveva. Certe volte Lisa aveva cercato uno scambio, le aveva chiesto con la faccia accesa "e te, e te?", ma poi si dimenticava di aspettare la risposta, riprendeva a ridere o piangere sgranando la storia della sua vita amorosa. Così poteva continuare la loro amicizia, alimentata da un fiume di parole e un lago di silenzio.
Speriamo che anche mia madre sia così. Dopo tanto mutismo magari vorrà solo raccontare, e io potrò continuare a tacere. O forse in carcere parlava tutto il tempo, avvolgeva le sue compagne di cella in tele di ciance e reminiscenze, forte del suo passato clamoroso? Ma le sembrava di ricordare che avesse trascorso anni in isolamento. Irriducibile, mai pentita, orgogliosa di avere messo bombe e sparato per motivi che Regina non solo non conosceva, ma neanche poteva immaginare, di cui soprattutto non le importava assolutamente niente. Tutto sommato meglio che preferisse starsene zitta. Se staremo zitte in due magari ci troveremo benissimo.

E un giorno, ecco, sua madre era lì. Regina aveva preso una settimana di ferie per facilitare il reciproco adattamento. Con le viscere attorcigliate dall'ansia e un mal di testa martellante aprì alla prima scampanellata. Un turbine di firme, regole, impegni. Poi rimasero sole davanti a due tazze di caffè.
La madre era una donna magra con i capelli grigi legati a coda di cavallo. Aveva dita lunghissime macchiate di vecchiaia e nicotina. Accese subito una sigaretta. Regina, che non aveva mai fumato, si impose di chiudere il naso alla puzza e la bocca alle proteste. Scrutava quella faccia grigiastra alla ricerca di una somiglianza, ma non avendo un specchio a portata di mano, e pochissima abitudine a specchiarsi, non riusciva a decidere se c'era o non c'era.
- Come mi chiamerai?
- chiese la madre.
Mamma era impossibile.
- Teresa, se non hai niente in contrario.
- Come ti pare. Anche a me essere chiamata mamma fa impressione. Gli occhi scivolavano sulle tazze sporche, sul piattino usato come portacenere.
- Dimmi di te. Che cosa fai? Come vivi? Allora era così. Teresa si aspettava di essere messa al corrente. Normale, se lei sapeva poco di sua madre, sua madre non sapeva niente di lei.
- Sono cassiera in un ipermercato.
Una bolla di silenzio.
- Sì, e poi?
La settimana fu dura, durissima. Ore lunghe come giorni, giorni lunghi come anni. Nella branda sistemata nell'ingresso Regina stracciava le lenzuola con le unghie acute del predatore notturno, fremendo in un groviglio di piume e furore. Quando non ce la faceva più usciva nella notte, ma la paura di essere scoperta era tale che persino volando sui tetti della città addormentata si sentiva spiata da Teresa, dai suoi occhi pallidi e senza ciglia.
Ma peggio ancora era stare insieme. Teresa, piena di piccole necessità e con niente da fare, seguiva la figlia passo a passo, le stava alle spalle, la interrogava e non aspettava le risposte. Toccò distrattamente i fogli impilati accanto alla macchina da scrivere, ne stropicciò il primo.
- Che cosa sono questi?
- Una ricerca per l'università, per favore non toccare. No, giù le mani!
L'idea dell'università le era venuta al momento. Teresa non si stupì, non le chiese nemmeno che cosa studiava.
- Hai del cioccolato?
- Sì, aspetta, una scatola di cioccolatini che mi hanno regalato sul lavoro.
Erano lì dal Natale precedente, vecchi, coperti da una patina bianca, ma intatti. Non ricordava neppure più di averli. Tennero occupata Teresa per tutto il pomeriggio. Li mangiò uno dietro l'altro, e all'ora di cena naturalmente non aveva più fame. Regina provò a scrivere ma non riusciva a concentrarsi con la madre che masticava gianduiotti metodica, seduta a pochi centimetri da lei.
In certi momenti Teresa la osservava con improvvisa attenzione. Sembrava che aspettasse una sua mossa, una parola. Forse avrebbe voluto sentire delle domande, una scusa per raccontarsi, o si chiedeva che cosa faceva lì con una sconosciuta adulta, taciturna, nervosa, che era sua figlia. Regina si allontanava solo per fare la spesa, non aveva fatto provviste all'ipermercato apposta per avere una scusa per uscire tutti i giorni. Insomma fecero una vita da carcerate per l'intera settimana. Con tutta probabilità quando i giorni di ferie finirono fu un sollievo per entrambe, e non avevano fatto neanche un passo avanti sulla strada della reciproca conoscenza.

Sull'autobus che arrancava tra cavalcavia, rotonde, complessi di case popolari, corsi bordati da alberi spogli e chioschi di bibite, una scheggia di vetro gelato attraversò la mente di Regina. Non gliel'ho chiesto. Anzi, il pensiero non mi ha neanche sfiorata. Forse era proprio quella domanda che le intorbidiva gli occhi, le ghiacciava la lingua.
Allora, mamma, chi è mio padre?

Da bambina ci aveva pensato sovente, fantasticando su magnifici attori e cantanti. O principi del sangue, persino qualche ricchissimo industriale, famosi sciatori, calciatori, divi della televisione. Proprio per preservare queste fantasie non aveva mai interrogato la nonna sull'argomento.
Desiderava saperlo solo se era una conferma, ma oscuramente era certa di rischiare una grossa delusione. Quando era ormai grande e la nonna malata, quando sarebbe stato il momento giusto per tirare fuori la domanda, non importava più. Neanche sulla madre si era mai informata, ancora adesso non conosceva i tremendi delitti che aveva commesso. Solo che era un'assassina politica, una terrorista, confessa e condannata. L'unica cosa che sapeva per certo era che portava il cognome di suo nonno e di sua madre. Reviglio non rappresentava un padre ma una continuità materlineare. Erano altri, ormai, gli interrogativi che le giravano per la testa.
Alla morte della nonna si era sentita quasi sollevata, come se il legame che la teneva stretta a quel nodo oscuro di dolore si fosse sciolto. Non era più tornata in carcere a trovare la madre. C'era la vita notturna di rapace che si mangiava tutto. E la voglia, il bisogno di mettere parole sulla carta. A sopravvivere ci riusciva da sola e vivere non era una priorità.
Ma adesso la domanda era di nuovo lì, come la madre, a occupare i suoi spazi faticosi. Come un mal di stomaco, di denti, un'emicrania che non si può spazzare via con un colpo d'ala. Regina tirò un pugno nello schienale del sedile davanti a lei. Una nera bellissima dai capelli ossigenati si voltò e la guardò incuriosita. Regina le sorrise. Niente che ti riguardi, sorella.

Tornava a casa la sera carica di sacchetti e la madre era nella vasca da bagno, mezza addormentata, alticcia.
- Che cosa hai fatto oggi?
- Il bagno.
- Ti prenderai un malanno, l'acqua è fredda.
- Si sta così bene.
Mi hai portato del vino? Del vino, e del cioccolato, e creme per il corpo, e pizza surgelata, insalata capricciosa, prosciutto crudo, sigarette che appestavano l'aria. Qualunque cosa per il benessere di Teresa, purché si addormentasse presto. A scrivere non riusciva più ma volava via infuriata appena l'appartamento sprofondava nel silenzio. Mai le sue cacce notturne erano state così feroci. Nella oscura memoria dei topi della città quello rimase inciso per sempre come un periodo di vera tragedia.

Lisa non riusciva a capire come Regina potesse rinunciare all'offerta promozionale.
- Guarda che non è una bufala, ho sentito i capi che dicevano 'è un costo ma bisogna ravvivare il mercato'.
- Non è proprio il momento, non ce la faccio.
- Scusa, Regina, ma come li spendi i tuoi soldi?
- Cioccolato e sigarette.
Risero tutte e due, ma Lisa continuò a guardarla perplessa mentre mangiavano la loro insalata del giorno al Cozy Corner del centro commerciale. Un sospetto le illuminò gli occhi azzurri.
- Hai incontrato un uomo che ti costa?
Aveva sempre pensato che Regina, trentacinque anni e nessun fidanzato, sarebbe finita nelle grinfie di qualche sfruttatore di zitelle, magari un extracomunitario senza permesso di soggiorno e senza domicilio e senza soldi che l'avrebbe picchiata.
- Non ti agitare, Lisa, è che mi hanno aumentato l'affitto e con 'sto maledetto euro la vita è andata alle stelle, ma lo stipendio resta lo stesso.
Questo era un argomento valido.
- Ah sì! Pensa che l'entrata al Nightmare è passata da ventimila lire a quindici euro, così senza motivo!
Però restava un mistero che una donna come Regina, va be' niente di speciale ma nemmeno proprio un cesso, non avesse mai una storia che fosse una storia.
- Sei sicura che non hai niente da raccontarmi?
- Sicurissima.
- Invece io ho delle novità bestiali. Peppino mi sta facendo sclerare con la sua ex che non si decide a sparire. Pensa che ieri sera…
Ingollando carote grattugiate e mais e parlando a raffica, Lisa la mise al corrente di cose che Regina non aveva né avrebbe mai vissuto. Lei registrava tutto e archiviava per il prossimo romanzo, in questo non c'entravano ma per il futuro non si poteva mai sapere. Quello che stava scrivendo con parole splendenti e delicate, precise come un pizzo, trattava di angeli e bambole, bambini che attraversavano boschi neri, alberi parlanti, profumi assassini e profumi salvatori. Tramonti e arcobaleni. Nonne, focolari, pane appena sfornato. Però era un romanzo per adulti, mica una fiaba. A volte aveva l'impressione che fosse un po' lontano dalla realtà, ma lei non leggeva mai i giornali, non voleva saperne niente di quella vita greve e violenta che si svolgeva fuori dal centro commerciale. Almeno di giorno.
Di notte la sua vista acuta distingueva ogni squallido mistero della città. Conosceva i gesti mortiferi degli eroinomani che si legavano il braccio per fare risaltare le vene o si infilavano gli aghi nel collo, nelle cosce, nelle caviglie. Vedeva le ragazze albanesi, rumene, ucraine vendersi molte volte per poco prezzo sul viale d'accesso pensato per esaltare le glorie cittadine. Aveva seguito le nigeriane nelle tane sotto i cespugli dei parchi, le aveva spiate mentre si stendevano sui materassi sporchi, coperte da uomini soli come loro ma forti dei pochi euro che gli buttavano addosso rialzandosi. Sapeva benissimo dove dormivano i barboni, gli alcolizzati, i matti senza futuro, gli extracomunitari disperati nelle fabbriche abbandonate, sotto i portici del centro, nelle cascine fatiscenti ormai inglobate dalla metropoli, sulle rive scoscese e immonde del fiume. Sorvolava le miserie umane e piombava senza pietà solo su topi e ratti, indifferente a tutto il resto. Poi dimenticava quando sedeva alla macchina da scrivere per creare il suo mondo di prati estivi dove si intrecciavano amori nostalgici di un passato mai esistito. Lei, che l'amore non lo conosceva affatto.
E non voleva conoscerlo. Aveva avuto anche lei le sue occasioni. Ma preferiva di gran lunga rimanere al di qua dell'esperienza, nel limbo tenero e colorato della fantasia dove poteva creare ogni sorta di sogni senza la censura spietata, violenta, della realtà. Le bastavano i racconti di Lisa, le sue storie di uomini ansiosi e nudi, di prepotenze accolte come doni. Sapeva tutto di come gli uomini spingono le donne verso un letto, dicono fai in fretta, vieni qui, sta' un po' zitta, golosi del fatto che sono cave, che gridano, che si muovono e si perdono e dicono sì, sì. Sapeva che per le donne conta che gli uomini gridano, che tremano, che se la sbrigano, e dopo sono contenti, le abbracciano, gli viene voglia di chiacchierare. Non era mica una che viveva nell'iperuranio. Semplicemente, non aveva nessuna voglia di sperimentare nel proprio corpo tutta quell'agitazione, quell'ansimare, quel sudore e quelle parole perse. Lei doveva già confrontarsi tutte le notti con una corporeità violenta e difficile da controllare. Non aveva spazio per le emozioni. I sentimenti, neanche li metteva in conto.
Soprattutto, pensava Regina, non mi servono. Non ne ho nessun bisogno. Sto creando qualcosa di puro, che brilla come la perla nascosta nell'ostrica. Quando metterò la parola fine gli darò il via e porterà tra gli uomini serenità e perfezione.
Ancora non aveva trovato il titolo del romanzo né si preoccupava di come diffonderlo. Ogni cosa a suo tempo.

Sognava di essere in una caverna, in barca su un lago color turchese. Nella volta c'era un'apertura rotonda da cui entravano raggi di sole, tutt'intorno un folto di alberi tendeva i rami e tra le foglie si intravedevano volti ridenti. Lei teneva le mani nell'acqua, sollevando piccole onde silenziose. Dall'alto calava un mormorio che non riusciva a interpretare. Dicono che sono fortunata o mi compatiscono? La barca si spostava lentamente fino a uscire dal cerchio di luce. Qui l'acqua era nera, faceva freddo, a stento si riusciva a scorgere le pareti di roccia coperte di umidità, una corrente sempre più veloce l'attirava verso il buio. Un rumore fragoroso di acqua che precipita.
No! Non sarò travolta dalla cascata! Si districò dal sogno e dal sonno, dal viluppo di lenzuola mal sistemate sulla branda. Mezza intontita andò in bagno, si lavò il viso, sedette sul water e rimase lì come un relitto senza valore. Fuori faceva ancora notte. Quando suonò la sveglia era gelata. Rimase dieci minuti sotto la doccia prima di riuscire a riprendersi.
Mentre aspettava che il caffè uscisse arrivò in cucina Teresa. Regina fu colpita da come era cambiata in quelle poche settimane. Sembrava che i capelli le si fossero infoltiti, un turgore giovanile le incollava le palpebre, le guance erano più rotonde, il corpo nella camicia da notte meno indistinto. Si distinguevano seni e fianchi e vita. Persino il colorito, malgrado non uscisse mai all'aria aperta, era quasi roseo.
- Allora, come va? Ti vedo sciupata. Non è che lavori troppo?
Regina versò il caffè con precisione, badando che il livello nelle tazze fosse identico. Era sconcertata da quell'improvviso interessamento.
- Ho solo dormito male. Era una sua fantasia, o la madre le lanciò un'occhiata scettica?
- Già, si vede.
Con la tazza in una mano e un biscotto nell'altra, Teresa cominciò a girare per la cucina. Parve che vedesse per la prima volta la macchina da scrivere sul tavolino sotto la finestra e la pila ordinata di fogli accanto. Aveva dimenticato la storia dell'università.
- Che cos'è 'sta roba?
Regina volò a afferrare il manoscritto. Dove metterlo? Non aveva più spazi suoi in quella casa. Finì per chiuderlo nell'armadio dell'entrata, dietro a un mucchio di vecchie borse.
- Segreti? Lettere d'amore? Non vuoi raccontare niente alla tua vecchia mamma?
Ci manca solo che questa si ricordi di essere mia mamma. La parola le fece impressione. Un bolo di nausea le salì in gola.
- Non ti preoccupare. Di che cosa hai bisogno oggi?
- Formaggio. Soprattutto mozzarella di bufala, non ne mangio da anni. Vino rosso, è finito. Se mi trovassi una bottiglia di porto bianco… E poi ho una voglia tremenda di bistecca. In questa casa non si mangia mai carne.
Che cosa ne sapeva quella vecchia scema della mucca pazza?
- Ti porterò un bell'arrosto di tacchino.
Teresa storse il naso.
- Non è la stessa cosa.
- Senti, adesso esco. Guarda un po' di televisione. Quando torno ti cucino qualcosa di speciale, va bene?
Al momento di andare al lavoro la lasciò seduta davanti alla padella in cui sfrigolava un filetto di fassone che le era costato mezzo stipendio. Al suo ritorno Teresa, sdraiata sul piccolo divano della cucina, stava leggendo il suo romanzo. I fogli erano sparsi sul pavimento, macchiati di sugo e coperti di bucce di mandarino. Regina rimase ferma a guardare, congelata.
- Che cosa sono 'ste cazzate? Le hai scritte tu?
Regina si strinse le mani per resistere al desiderio di strozzarla. Raccolse i fogli a uno a uno, li pulì alla meglio, prese quelli rimasti in grembo alla madre, ricostruì la pila ormai stropicciata e crollante. Se avesse avuto una pistola sapeva benissimo che cosa avrebbe fatto.
- Ella danzò nel vento in un turbine di petali, mentre gli ultimi raggi del sole indoravano la prateria fremente! - citò Teresa con voce ispirata, ridendo chioccia e compiaciuta. - Ma dove mai hai preso l'idea per tante stupidaggini? Sai che cos'è la vita vera, almeno?
E tu lo sai, che per trent'anni sei marcita in prigione, con l'unica compagnia delle tue idee distorte, della tua delirante ideologia di morte? Regina era intasata di parole che non potevano, non sapevano uscire. Altro che parlare, uccidere avrebbe voluto. Troia assassina. Maledetta intrusa ficcanaso che sbatterò fuori dalla mia casa in questo medesimo istante. Schifosa falsa madre.
- L'hai visto dalla finestra il ruscello trasparente che scorre sotto una volta di fronde verdi? Quando l'hai mangiato il pane fatto in casa, tu che lavori in un supermercato? Sei sicura che l'arcobaleno non sia un effetto dell'inquinamento atmosferico? Teresa, in preda a una crisi isterica di riso e perfidia, diede un colpo con il dorso della mano ai fogli che svolazzarono per la cucina. Un paio planò nel lavello umido, altri finirono nella padella sporca di grasso. La figlia corse fuori. Sentiva che la trasformazione stava avvenendo repentina, incontrollabile. Ebbe appena il tempo di aprire la finestra del bagno, poi con un colpo d'ala furioso si allontanò nell'oscurità. Quella notte non perse tempo con i ratti. I suoi artigli dilaniarono facce indifese di dormienti. Non era difficile trovarne per chi conosceva ogni tana in cui si rifugiavano i disperati senza casa, senza coscienza. Dormì fino all'ora di andare al lavoro. Anche se era ferocemente affamata trascurò di fare colazione per non entrare in cucina, uscì sbattendo la porta. Teresa rimase chiusa in camera.

- Che faccia, Regina! Dormito male?
Certe volte Lisa era veramente pesante. Malgrado il silenzio di Regina continuò a sparare stupidaggini.
- Hai fatto tardi ieri sera? Sei andata a ballare? Le dava dei colpetti alla spalla con le unghie dure e appuntite, impedendole di dedicarsi al megapanino, focaccia lattuga prosciutto e milanese, che richiedeva molto impegno.
- Ho fame Lisa, lasciami stare.
- Come mai tu che di solito ti fai un'insalatina stitica oggi scofani quel mostro di calorie?
- Fatti miei.
- Va be', sei sversa. Sapessi io! Quel verme di Peppino ieri me ne ha combinata un'altra…
E via, partì per la tangente. Regina tornò al suo posto rintronata. Per fortuna durante il lavoro riuscì a chiudere la parte pensante del cervello, si lasciò andare al ritmo della cassa, battere i codici strappare lo scontrino tirare fuori i sacchetti da sotto al banco grazie arrivederci, e avanti un altro.
Verso le sei i clienti diradarono. C'era una partita importante quella sera, gli uomini correvano a casa per accendere la televisione, le donne a preparare la cena agli sportivi.
D'improvviso si sentì un clamore all'ultima cassa della fila, grida di donne, secchi ordini maschili.
- Questa è una rapina! Mettete i soldi nei sacchetti, svelte, e non succederà niente. Non toccate gli allarmi o la vostra collega la spariamo.
Un uomo aveva afferrato per il collo una ragazza puntandole la pistola alla tempia mentre altri due saltavano da un banco all'altro raccogliendo il denaro e tenendo sotto tiro gli ultimi clienti. Prima che gli agenti di sorveglianza, probabilmente fermi a naso in su davanti ai televisori dei bar e dei negozi, capissero quello che stava succedendo, i tre rapinatori avevano imboccato l'uscita più vicina trascinandosi dietro la cassiera e correvano nel parcheggio buio. Si sentirono degli spari, altre urla, sgommare di automobili, una sirena. In cinque minuti tutto era finito.
Poi ci furono ore lunghe di attesa, nervosi colloqui con i poliziotti, controllo di documenti, ambulanze che portavano via quelli che si erano sentiti male. L'ostaggio era salvo ma i rapinatori si erano volatilizzati. La direzione pagò il taxi a tutti i dipendenti che non potevano più tornare con i mezzi pubblici.
Sul taxi che divideva con Lisa e un'altra ragazza, Regina strinse i denti per non mettersi a urlare. Le chiacchiere isteriche delle due con l'autista le ferivano le orecchie, sentiva che le sue mani si stavano trasformando irresistibilmente in artigli avidi di sangue. Per fortuna fu la prima a scendere.

Aprire la porta sembrava impossibile con quelle unghie dure e ricurve che non tenevano la chiave, ma alla fine riuscì a entrare. L'appartamento era buio e silenzioso. Dove sarà la maledetta strega? Attraversò il corridoio con circospezione. La cucina era vuota, disseminata di fogli scritti. Spinse la testa nella camera da letto. Teresa dormiva scomposta, russando, sul letto ancora rifatto. Doveva essersi ubriacata, c'era una puzza di vino quasi solida. Al rumore leggero, però, si svegliò immediatamente.
- Finalmente sei tornata! Non si mangia stasera?
Si alzò a sedere, tastò con i piedi nudi il pavimento.
- Ti sembra il modo di comportarti con tua madre? Sto tutto il giorno sola, mi annoio, e mi fai anche morire di fame, brutta stronza!
Sono l'unica figlia del re del mondo. Mai più potrai disilludermi.
Rostro e artigli fremevano per la voglia di uccidere. Le ali robuste si allargarono, si ritrassero, si allargarono di nuovo. Regina piombò sulla madre, le spaccò gli occhi pallidi, lacerò le guance rimpolpate, i capezzoli molli, il palmo delle mani. Il becco coriaceo affondò nel suo ventre, lo frugò, ne estrasse le viscere puzzolenti, le penne si intrisero di sangue. Una scrollata le liberò. Ancora uno sforzo per spaccare i vetri della finestra poi la libertà dell'aria notturna odorosa di benzina e umidità. Un colpo d'ali la portò via, lontano, dove avrebbe potuto calmare la sua fame.
Sapeva che questa volta non sarebbe più tornata.